“Il PoC non è fare radio”. Ed è vero!

Prima di tutto conviene capire cosa c’è davvero dietro queste parole. E a guardarle da vicino, chi le pronuncia ha ragione!

Prima o poi capita a tutti. Si racconta a un amico, a un collega, a un vecchio compagno di frequenze di aver scoperto il PoC, e la risposta arriva secca, con quel mezzo sorriso di chi la sa lunga: “Sì, va bene, ma quello non è fare radio”.

La tentazione, di solito, è quella di ribattere. Di difendersi, di elencare apparati, protocolli, ponti, gateway. Questa volta proveremo a fare l’esatto contrario: vedere cosa c’è dentro queste parole. Perché per dire con cognizione di causa che cosa non è fare radio, bisogna prima avere ben chiaro che cosa lo è.

Chi scrive rappresenta PoC Radio Italia, una community composta per la maggioranza da radioamatori. Gente che la radio, quella vera, l’ha fatta e continua a farla. E proprio per questo non ha alcuna paura di guardare la questione in faccia.

Chi fa radio, davvero

Tre sono le categorie che rientrano a pieno titolo nella definizione di “fare radio”: i radioamatori, i CB e gli utenti PMR446. Mondi diversi, con storie e regole diverse, ma un tratto comune che vale la pena tenere a mente fin da subito.

I radioamatori

Da Guglielmo Marconi in poi, i radioamatori hanno avuto un ruolo di primo piano nell’evoluzione delle radiocomunicazioni. Curiosi, sperimentatori instancabili, si sono guadagnati un posto nella storia contemporanea soprattutto per il contributo offerto negli scenari d’emergenza, quando tutto il resto taceva.

La loro attività è disciplinata da norme precise, armonizzate a livello nazionale ed europeo. E diventare radioamatore è un percorso, non un acquisto. Bisogna affrontare la trafila burocratica per accedere all’esame, superare la prova ministeriale su normativa, tecnica e procedure operative, ottenere l’autorizzazione generale e infine il nominativo che consente di operare con una propria stazione. Poi arrivano gli apparati, spesso tutt’altro che economici, e il Log su cui annotare l’attività.

E poi, soprattutto, arrivano le antenne. È lì che la passione viene messa davvero alla prova. Il condominio che si oppone e, messo alle strette, pretende la certificazione di una ditta installatrice e una copertura assicurativa. La famiglia che non vede di buon occhio muri forati, cavi che corrono per casa e un angolo, quando non un’intera stanza, occupato da apparecchiature che raramente sono una sola. Ogni radioamatore conosce questa storia, e chi l’ha vissuta sa quanta determinazione serva per arrivare in fondo.

I CB

Anche la Banda Cittadina ha alle spalle una lunga tradizione, e anche i CB hanno dovuto affrontare in passato le loro battaglie normative. Il bagaglio tecnico di un CB, in genere, è più leggero di quello di un radioamatore, ma qualche base la condivide: tarare un’antenna con il rosmetro, per dire, non è cosa che si improvvisa.

Oggi la CB è di libero uso, senza più autorizzazioni da chiedere né contributi annuali da versare. Ma l’antenna resta un’antenna, con gli stessi problemi di sempre, aggravati da un clima che negli ultimi anni ha reso gli eventi meteo estremi tutt’altro che eccezionali e l’installazione a regola d’arte una necessità, non un vezzo.

C’è poi la natura stessa della banda. Si chiama cittadina non a caso: è un fatto di prossimità, e il raggio d’azione in città, al netto della propagazione, resta limitato. L’operare in mobile, che per anni è stato il cuore della CB, oggi è diventato una corsa a ostacoli: da un lato un codice della strada che guarda con severità a tutto ciò che occupa le mani alla guida, dall’altro automobili imbottite di sensori, airbag, sistemi di assistenza e cruscotti digitali che rendono complicato piazzare un’antenna, trovare posto all’apparato e far passare cavi e alimentazione.

Il risultato è sotto le orecchie di tutti: la banda è in gran parte silenziosa. Non mancano le iniziative, anche lodevoli, per ripopolarla a livello nazionale, ma il contesto sociale è cambiato a tal punto da rendere l’obiettivo, oggi, poco meno che utopico.

Il PMR446

È la categoria più giovane, e come ogni gioventù vive spesso sul filo delle regole. Con mezzo watt e un’antenna non modificabile, in città si va poco lontano. In montagna è tutta un’altra storia, e lì PMR446 dà il meglio di sé.

Per il resto è un grande far west. Attività commerciali e professionali che si sovrappongono ai bambini che giocano con le loro radioline, il traffico dei porti, degli stabilimenti balneari, le zone di caccia. E poi i “personaggi” di turno, con apparati veicolari non omologati per PMR446, antenne esterne e potenze di decine di watt, gateway pirata e ripetitori di ogni genere piazzati in posizioni strategiche per farsi sentire su zone vastissime.

Chi resta nella legalità, però, una sfida autentica la trova: quella dell’escursionista che, zaino in spalla, cerca con pochi milliwatt di collegare un corrispondente il più lontano possibile. Quando ci riesce, la soddisfazione è grande. Anche qui, dunque, esiste un modo di operare con un suo significato, per quanto la normativa lo confini a una prossimità estrema.

Cosa significa, allora, “fare radio”

Messe in fila le tre categorie, il quadro si chiarisce da sé. Quando qualcuno dice “non è fare radio”, in realtà sta indicando un perimetro preciso: quello di un’attività in cui per premere il PTT bisogna prima superare una serie di ostacoli normativi, tecnici, economici e perfino familiari. Un’attività che richiede motivazione, cultura tecnica e senso della storia. E che, in tutti e tre i casi, ruota attorno a un oggetto: l’apparato, la radio.

È una definizione legittima, e va rispettata. Ma una volta capita, ci dice anche dove sta il PoC rispetto a essa.

E il PoC?

Il Push-to-Talk over Cellular nasce, ormai da oltre vent’anni, per rispondere a esigenze professionali. E come internet, nato strumento per pochi e poi diventato fenomeno di massa, anche il PoC sembra seguire la stessa parabola, con l’ambizione di diventare una sorta di CB 2.0. Non è un caso, del resto, che l’Unione Europea abbia scelto proprio la versione professionale di questa tecnologia, il Mission Critical Push-To-Talk, per le comunicazioni dei soccorsi del prossimo decennio, come raccontavamo nel nostro precedente articolo.

Il gesto che caratterizza tutte e quattro le categorie è lo stesso di sempre: premi, parli, rilasci, ascolti … PTT … l’unica cosa in comune. Quello che cambia è tutto il resto. Le barriere che caratterizzano le tre categorie viste sopra, nel PoC, semplicemente non ci sono. Niente esami, niente antenne sul tetto, niente trattative con l’amministratore di condominio, niente pirateria di vario genere. Bastano uno smartphone, oppure un apparato PoC Radio dedicato per chi vuole di più, e una connessione dati. La copertura arriva ovunque arrivi la rete.

Anche in auto la musica cambia. Il PoC si integra con l’infotainment di molti veicoli e si usa in vivavoce, senza staccare le mani dal volante. In alternativa, con un apparato come l’INRICO S200 o l’Hytera P50 et simili, basta un PTT Bluetooth fissato al volante o vicino alla leva del cambio. Nessun foro sul tettuccio, nessun cavo da far correre sotto i rivestimenti. E soprattutto mani sul volante.

Chi usa il PoC

Dentro questo ecosistema convivono tre tipologie di utenti, molto diverse fra loro.

Ci sono i professionali: forze dell’ordine, flotte aziendali, vigili del fuoco, protezione civile, pubbliche assistenze, ecc… Per loro il PoC è uno strumento di lavoro, punto.

Ci sono gli amatoriali, quelli delle varie app tipo Zello o CB Talk: un pubblico che, per abitudini e modi, somiglia a un mix fra la vecchia CB e il PMR446.

E poi ci sono gli sperimentatori e divulgatori. Utenti tutt’altro che passivi, con una conoscenza profonda delle telecomunicazioni, che uniscono l’esperienza radioamatoriale alla padronanza degli standard più recenti. Usano piattaforme professionali, apparati PoC dedicati o ibridi, SIM multi-operatore capaci di agganciare la rete anche quando altri dispositivi restano a secco. Sanno configurare un APN in certi contesti per “riacchiappare” la rete, conoscono la mappa dei ripetitori cellulari e le tecnologie che ciascuno supporta. Prima di partire per un’escursione, sanno già dove ci sarà copertura e dove no.

È in quest’ultima categoria che si riconosce gran parte della nostra community. Ed è la prova che, anche fuori dal perimetro del “fare radio”, competenza e spirito sperimentale hanno ancora un ruolo da giocare.

Hanno ragione loro

Arriviamo così al punto. Il PoC non nasce per fare radio. Nasce per garantire la comunicazione, professionale o privata, in qualunque circostanza. Non è un hobby fine a se stesso: è uno strumento che toglie di mezzo tutto ciò che si frappone fra una persona e la voglia di parlare con qualcun altro premendo un tasto PTT indipendentemente da dove si trovi.

E in un tempo in cui ognuno tende a chiudersi un po’ di più nel proprio guscio, questo non è un dettaglio. Combatte l’isolamento, fa nascere amicizie, mette in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate. Mette al centro le persone, non la tecnologia e non l’apparato.

Ecco perché, la prossima volta che qualcuno vi dirà che “il PoC non è fare radio”, potrete rispondergli con un sorriso e dargli ragione. Perché “fare radio”, significa mettere al centro l’apparato … “la radio” … appunto. Il PoC invece mette al centro le persone. Non è un fine: è un mezzo, per permettere a chiunque di comunicare.

E chi la radio la ama davvero, a ben pensarci, non ha mai voluto altro.

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