USARE LA POC RADIO SOTTO L’ACQUA … POSSIBILE?

Uno spunto paradossale per capire perché l’acqua è il peggior nemico delle frequenze che usiamo ogni giorno

Immaginate per un momento uno scenario assolutamente impossibile nella pratica: prendete la vostra radio POC, la stessa con cui ogni mattina coordinate il personale o parlate con gli amici radioamatori su un gruppo di PoC Radio Italia, e immergetevi in mare. Premete il PTT e… niente. La fisica ha già deciso tutto prima che voi abbiate premuto quel tasto.

Questo articolo nasce esattamente da quella scena impossibile. Serve a capire perché l’acqua è uno degli ambienti più ostili che esistano per le telecomunicazioni radio.

Che cosa trasmette una POC

Prima di immergerci, vale la pena ricordare su cosa viaggia il segnale di una radio POC. A differenza di un walkie-talkie analogico che trasmette direttamente in VHF o UHF, una POC, Push-to-Talk over Cellular. sfrutta la rete cellulare LTE. Il pacchetto voce parte dalla radio, sale alla torre 4G più vicina, attraversa Internet e arriva al destinatario tramite server PTT. Le frequenze in gioco sono quelle delle reti mobili italiane: banda B20 a 800 MHz, banda B8 a 900 MHz, banda B3 a 1800 MHz, banda B1 a 2100 MHz e banda B7 a 2600 MHz. Stiamo dunque parlando di segnali che viaggiano tra gli 800 MHz e i 2,6 GHz, frequenze altissime rispetto a tutto quello che i sottomarini usano per comunicare.

L’acqua non è un vuoto

Quando un’onda elettromagnetica si propaga nel vuoto, si comporta come se il mondo non esistesse: nessun ostacolo, nessuna perdita. Appena incontra un mezzo fisico la situazione cambia radicalmente, e l’acqua è uno dei mezzi fisici più “aggressivi” in assoluto nei confronti delle onde radio. Il motivo sta nella sua conducibilità elettrica. L’acqua dolce è già un discreto conduttore, ma l’acqua di mare, con tutto il sale disciolto, ha una conducibilità di circa 4 S/m contro i 0.01 S/m dell’acqua dolce di lago. Quella conducibilità è il problema principale.

Quando un campo elettromagnetico penetra in un mezzo conduttore, le cariche libere al suo interno reagiscono al campo e si mettono in moto generando correnti indotte. Queste correnti dissipano energia per effetto Joule e tolgono energia all’onda che avanzava. Il risultato è che l’ampiezza del campo si riduce in modo esponenziale man mano che l’onda si addentra nel mezzo. Il parametro che misura quanto velocemente questo accade si chiama profondità di penetrazione o skin depth, indicato con la lettera greca δ (delta), e si calcola con la relazione:

δ=2ρωμδ=ωμ2ρ​​

dove ρ è la resistività del mezzo, ω è la pulsazione angolare del segnale (ω = 2πf) e μ è la permeabilità magnetica. La formula dice una cosa precisa: al crescere della frequenza f, la skin depth diminuisce. Più alta è la frequenza, meno il segnale riesce a penetrare nel mezzo conduttore. E l’acqua salata è un conduttore.

I numeri che chiudono il discorso

A questo punto i calcoli diventano brutali. Nella banda Wi-Fi a 2,4 GHz, frequenza non troppo lontana da quella delle bande LTE più alte — l’attenuazione in acqua limpida è già di circa 180 dB per metro. In acqua di mare sale a circa 1000 dB per metro. Per chi non mastica di decibel: 10 dB significano che il segnale si riduce a un decimo della sua potenza. 20 dB a un centesimo. 60 dB a un milionesimo. Con 180 dB/m in acqua dolce, il segnale della nostra POC virtuale sarebbe ridotto a un valore praticamente nullo dopo pochi centimetri, nell’ordine dei millimetri in acqua salata. Non c’è potenza di trasmissione che tenga: poteste mettere un trasmettitore da un megawatt, il risultato non cambierebbe in modo significativo perché il problema non è la potenza assoluta ma il tasso di attenuazione per unità di distanza.

Come fanno i sottomarini, allora

La domanda sorge naturale. I sottomarini comunicano, quindi qualcosa funziona sott’acqua. La risposta sta nella formula: abbassate la frequenza, la skin depth aumenta e il segnale penetra più in profondità. La marina militare usa le ELF — Extremely Low Frequency, tra 3 e 300 Hz, capaci di raggiungere sottomarini a grandi profondità. A profondità minori si usano le VLF — Very Low Frequency, tra 3 e 30 kHz, che permettono velocità di trasmissione leggermente maggiori ma richiedono che il sottomarino si avvicini alla superficie oppure dispieghi una boa d’antenna. Il prezzo da pagare per usare frequenze così basse è enorme: a 10 kHz la lunghezza d’onda è di circa 30 km, il che significa che le antenne trasmittenti a terra occupano decine di chilometri quadrati. Trasportare su una radio portatile un’antenna sintonizzata su 10 kHz è fisicamente impossibile — la lunghezza minima pratica sarebbe dell’ordine dei chilometri.

Salinità, temperatura e pressione: le altre variabili

Nell’analisi di un sistema di comunicazione subacqueo reale, la frecuencia non è l’unico parametro. La salinità dell’acqua modifica direttamente la conducibilità: un’acqua quasi distillata (come certi laghi alpini) è meno aggressiva dell’acqua oceanica tropicale, ricca di sali. La temperatura dell’acqua influenza la mobilità degli ioni e quindi la conducibilità: acqua calda è più conduttiva di acqua fredda. La pressione idrostatica non modifica direttamente la propagazione elettromagnetica, ma comprime i gas disciolti e altera la struttura molecolare in modo non trascurabile a grandi profondità. Tutti questi fattori si sommano e rendono la progettazione di sistemi di comunicazione subacquei una disciplina ingegneristica complessa a sé stante, ben lontana dalla semplice ricetrasmittente PTT.

Perché questo spunto è utile

L’esercizio mentale della POC sott’acqua non è una curiosità fine a sé stessa. Serve ad ancorare in modo concreto concetti che altrimenti resterebbero astratti: la propagazione elettromagnetica nei mezzi materiali, la relazione inversa tra frequenza e penetrazione, il concetto di skin depth, il motivo per cui i decibel si sommano e non si moltiplicano, e la differenza fondamentale tra trasmettere in aria e trasmettere in un mezzo conduttivo. Questi stessi principi ritornano ogni volta che si parla di penetrazione del segnale nelle strutture in cemento armato, di comunicazioni in galleria, di RFID passivi a contatto con liquidi biologici o di NFC che fatica a funzionare quando la mano è sudata. L’acqua è ovunque e la sua interazione con i campi elettromagnetici è un argomento che attraversa l’elettronica, le telecomunicazioni e persino la biofisica.

Un universo di frequenze da esplorare

Lo spettro radio è una risorsa enorme che va dagli 3 Hz delle ELF militari fino ai terahertz dei sistemi ottici wireless. Ogni banda ha le sue caratteristiche di propagazione, i suoi usi, i suoi limiti fisici invalicabili. Capire perché una POC muore in pochi millimetri sott’acqua mentre una ELF militare raggiunge un sottomarino a 200 metri di profondità non è nozionismo: è la chiave per progettare sistemi che funzionino dove devono funzionare, scegliere la frequenza giusta per ogni applicazione e non farsi sorprendere da fenomeni fisici che la matematica aveva già previsto. Chi lavora con le radio — radioamatori, tecnici, sistemisti di reti PMR o POC — ha tutto l’interesse a conoscere questi fondamentali, perché prima o poi si scontrerà con un ambiente che non si comporta come l’aria aperta.

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POC RADIO ITALIA: Comunicazione Ufficiale

Genova, 07 aprile 2026

Oggetto: Ringraziamento per il conferimento dell’Attestato di Benemerenza

Egregio Presidente Simone Argentino,
Pubblica Assistenza Eurosoccorso ODV — Trapani

Riceviamo con profondo senso di responsabilità e con autentica commozione l’Attestato di Benemerenza che la Sua Organizzazione ha voluto conferire a POC Radio Italia in data odierna.

Un riconoscimento di questo tipo, proveniente da chi ogni giorno opera concretamente a tutela della vita umana, vale ben più di qualsiasi altra distinzione. La Pubblica Assistenza Eurosoccorso ODV rappresenta per noi un esempio tangibile di cosa significhi il volontariato vissuto con serietà, con cuore e con competenza. Per questa ragione, ricevere la Sua stima è per noi al tempo stesso un onore e un impegno.

Il compito di POC Radio Italia è garantire che la comunicazione non si interrompa mai, che ogni voce raggiunga la sua destinazione, che nessun operatore sul campo si trovi privo di un collegamento affidabile nei momenti in cui la tecnologia diventa strumento di salvezza. Essere stati utili a chi salva vite è la misura più alta del nostro operato.

L’attestato che ci viene consegnato non sarà per noi un punto di arrivo. Lo consideriamo, al contrario, un rinnovato mandato a proseguire con rigore e dedizione il lavoro che abbiamo avviato, rafforzando ulteriormente la collaborazione con la Sua Organizzazione e con tutte le realtà del coordinamento che condividono la stessa missione.

Porgiamo i nostri più sinceri ringraziamenti a Lei, a ogni volontario di Eurosoccorso e a chi ha sostenuto questa iniziativa. Siamo a disposizione per qualsiasi esigenza operativa futura, certi che la strada percorsa insieme abbia ancora molto da offrire a chi ne ha bisogno.

Con stima e riconoscenza,

La Community di POC Radio Italia

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Elettronica da Zero — Presentazione del Corso

Tutto è cominciato con una conversazione. Quattro radioamatori, sul canale MONITOR della piattaforma di POC Radio Italia. Stavano parlando di sperimentazione — quella vera, quella che si fa con le mani e con la testa — e a un certo punto qualcuno ha posto una domanda semplice, quasi ovvia, eppure capace di aprire una crepa nel modo in cui oggi si pensa all’elettronica: perché non tornare alle origini?

Non era nostalgia. Era una considerazione tecnica precisa. L’elettronica digitale che usiamo ogni giorno — microcontrollori, processori, reti logiche — non è caduta dal cielo. È figlia diretta dell’elettronica analogica. Non la conosce necessariamente, ma ne dipende in ogni suo strato fondamentale. Chi costruisce un sistema digitale senza capire cosa succede sotto — tensioni, correnti, impedenze, tempi di salita — lavora su fondamenta invisibili e, spesso, le sottovaluta.

L’immagine che è emersa in quella conversazione è rimasta impressa: l’elettronica analogica è come un padre esperto, maturo, abituato a risolvere problemi con pochi componenti e molta esperienza. L’elettronica digitale è il figlio — brillante, veloce, capace di cose impensabili per il padre — ma giovane. E come tutti i giovani, fragile. Basta un picco di tensione di qualche decina di volt su un ingresso CMOS per distruggere un circuito integrato che costa quanto un’automobile. Un transistor BJT degli anni ’60, quello stesso picco lo assorbe senza battere ciglio.

Cosa troverete in questo corso

Questo corso parte da zero. Letteralmente da zero! Si comincia dall’inizio, perché l’inizio è l’unico posto da cui si può costruire qualcosa di solido.

La semplicità non è una scusa per essere superficiali. È, al contrario, la forma più esigente di rigore. Spiegare un concetto in modo che lo capisca anche un ragazzino di dodici anni non significa banalizzarlo: significa averlo capito così bene da poterlo tradurre senza distorcerlo. Questo è l’obiettivo che ci si è fissati, e non è un obiettivo modesto.

Il percorso è strutturato in modo progressivo e senza salti. Ogni articolo costruisce sul precedente. Non ci saranno concetti sospesi, non ci saranno rimandi vaghi a “quanto vedremo più avanti”. Ogni puntata è un’unità completa, che aggiunge un mattone e lo cede solidamente prima di posarne un altro sopra.

Il percorso: dall’analogico al digitale

Il corso inizia dall’elettronica analogica, non per un motivo sentimentale ma per uno tecnico. I fenomeni fisici di base — il comportamento di una resistenza, la carica di un condensatore, il funzionamento di un diodo — sono comprensibili direttamente, con misure concrete, con grandezze che si vedono su un oscilloscopio e si toccano con un tester. Non ci vuole astrazione: ci vuole osservazione.

Solo quando questi fondamenti saranno solidi si affronterà la transizione al digitale. Perché il digitale, visto dall’interno, non è poi così diverso dall’analogico: un segnale “alto” e un segnale “basso” sono pur sempre tensioni, e una porta logica è pur sempre un transistor che commuta. La differenza è nel modo in cui si usa il componente, non nella fisica che ci sta sotto.

A chi è rivolto

A tutti. È una risposta seria, non pubblicitaria. Chi non ha mai aperto un libro di elettronica troverà un punto di ingresso pulito, senza muri di formule. Chi ha già qualche nozione troverà un’occasione per rivedere le basi con occhi diversi … e spesso ci si accorge che qualcosa che si credeva acquisito non lo era davvero fino in fondo.

L’unico requisito è la curiosità. Il tipo di curiosità che spinge quattro radioamatori a discutere di elettronica analogica su un canale monitor un mattino qualunque, e a chiedersi perché non condividere quella stessa passione con tutti gli altri.

Il corso comincia adesso.

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LA POC NON È FARE RADIO

Veniamo bombardati continuamente fino alla nausea dalla solita obiezione: LA POC NON È FARE RADIO! Proviamo a costruire il ragionamento in modo lucido, non offensivo e psicologicamente solido, così sta in piedi anche davanti a uno psicologo vero. Se una persona dicesse: “Se non ho una radio fisica in mano, non sto facendo radio”, un psicologo non parlerebbe di tecnica, ma di relazione con l’oggetto.

L’inquadramento probabile sarebbe questo: Non è un ragionamento funzionale, ma identitario.
La persona non definisce l’attività (“comunicare”, “sperimentare”, “mettere in collegamento”), ma si definisce attraverso l’oggetto. Senza quell’oggetto, sente che l’identità viene meno. Dal punto di vista psicologico, qui emergono tre elementi chiave che analizziamo di seguito …

Primo: feticizzazione dello strumento
Lo strumento smette di essere un mezzo e diventa un fine. Non “uso la radio per comunicare”, ma “sono qualcuno solo se possiedo quella radio”. È un classico spostamento di significato: il valore simbolico supera quello funzionale.

Secondo: pensiero rigido e difensivo
Dire “quella non è radio” serve a proteggere un’identità minacciata. Quando compare una tecnologia nuova (PoC), non viene valutata per ciò che permette di fare, ma rifiutata perché rompe uno schema mentale consolidato. È una reazione tipica di quando un cambiamento mette in crisi anni di auto-definizione.

Terzo: dipendenza identitaria dall’oggetto
Se togli l’oggetto, togli il senso di sé. Questo è il punto più delicato, cioè l’attività non vive più nella competenza, nella sperimentazione o nella relazione con gli altri, ma nel possesso. Psicologicamente, è una forma di attaccamento disfunzionale.

La frase chiave che riassume tutto

L’attaccamento diventa disfunzionale quando lo strumento serve più a proteggere l’identità che a raggiungere uno scopo.

Ed è esattamente questo il nodo del dibattito PoC.

Uno psicologo non direbbe “sei matto”, ma direbbe che la persona ha spostato il significato dell’attività dal fare all’avere. E qui arriva il punto chiave del nostro ragionamento, cioè che la PoC non mette in crisi la radio. Mette in crisi chi ha bisogno dell’oggetto per sentirsi radioamatore. Chi ha un’identità solida si chiederebbe … “Questo strumento mi serve? Sì o no. Se sì, lo uso.” Chi ha un’identità fragile direbbe “Se non è quello che conosco, allora non vale … non è fare radio.”

Questo non è un problema tecnico. È un problema psicologico di adattamento, identità e controllo. Ed è per questo che il dibattito non si risolve mai parlando di MHz, protocolli o hardware. Perché il conflitto non è sulla radio ma su … chi sei, quando la radio non ce l’hai in mano?

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IL MONDO RADIOAMATORIALE NON STA “DIFENDENDO LA RADIO”

Quello che sta succedendo nel mondo delle radiocomunicazioni è singolare, il tutto si declina in un ambiente che storicamente è ancora più conservativo della medicina.

La caccia alle streghe contro i nuovi modi di comunicare, la demonizzazione di nuovi strumenti di comunicazione il tutto condito con un’avversità sempre più accesa, dimostrano che per assurdo Il mondo radioamatoriale non sta “difendendo la radio” … sta difendendo un’identità.

Per decenni:

  • radio = hardware
  • radio = spettro
  • radio = autorizzazioni
  • radio = competenza tecnica “dura”

Quel mondo si è costruito sulla scarsità: pochi canali, poche tecnologie, pochi che sapevano davvero usarle. Oggi quella scarsità non esiste più. E qui nasce il cambiamento … la causa regina!

La convergenza non è una minaccia tecnica, è una minaccia simbolica

Quando entrano in gioco: reti IP, PoC, SDR, integrazione radio–cellulare–satellitare, software-defined everything … il problema non è la qualità del mezzo. Il problema è che cade il confine identitario.

“Se tutti possono comunicare, cosa mi rende speciale?”

Questa è la domanda non detta.

Stesso schema della medicina

Prima: pochi apparati, pochi protocolli, verità stabili (“questa è radio, il resto no”)

Ora: sperimentazione continua, ibridazione, soluzioni che funzionano meglio pur non essendo ‘pure’.

Esattamente come: vitamina D, colesterolo, dieta … non è più “bianco o nero”.

La resistenza nasce dal fatto che il processo è visibile

Prima le evoluzioni avvenivano nei laboratori, nei comitati, negli standard chiusi, ora le vedi nascere in community, le vedi testare sul campo, le vedi funzionare prima di essere “benedette”. Questo rompe la gerarchia.

“Non è vera radio”

È una frase che segnala la paura di perdita di controllo e difficoltà ad accettare che il mezzo non definisce più il valore. La radio non è la banda, non è l’antenna, non è il protocollo. La radio è trasferimento affidabile di informazione in condizioni imperfette. Il resto è implementazione.

Il punto che dà più fastidio

Le nuove modalità funzionano, sono resilienti, sono accessibili, risolvono problemi reali … e soprattutto non chiedono permesso alla tradizione. Questo manda in crisi chi ha passato anni a memorizzare norme, difendere rituali, presidiare confini artificiali.

Il radioamatore classico non è “sbagliato”

Ma è fuori fase se rifiuta l’ibridazione, rifiuta il software, rifiuta l’integrazione con reti commerciali, rifiuta l’idea che la sperimentazione oggi sia distribuita. La radio sperimentale non è morta … si è spostata … si è evoluta è più accessibile è a portata di tutti senza burocrazia o etichette.

Dove si sperimenta davvero oggi

Non nel “si è sempre fatto così”, ma nel “funziona quando serve” … quindi integrazione radio + IP, fallback automatici, QoS adattivo, mesh ibride, interoperabilità reale, comunicazioni vocali semplici ma robuste.

Perché questo crea attrito generazionale

Perché i nuovi operatori non hanno il mito della scarsità, non cercano approvazione istituzionale, non distinguono tra “radio” e “rete”, cercano risultato, non purezza. Esattamente come nella medicina moderna … il protocollo serve al paziente, non alla tradizione.

La morale?

Il mondo radioamatoriale sta vivendo la stessa crisi epistemologica di altri settori: fine delle verità uniche, fine dei confini rigidi, fine dell’autorità per anzianità, inizio della valutazione per efficacia. Chi resiste è semplicemente ancorato a un modello che non è più centrale. La radio non sta morendo. Sta diventando più grande … sta vivendo/subendo il processo di convergenza sociale che ha travolto e rimesso in discussione i fondamenti e modelli che per decenni sono stati paradigmi indiscutibili.

E come sempre succede chi sperimenta viene visto come eretico, poi come eccentrico, poi come normale, poi come ovvio. Siamo solo nel momento più rumoroso della transizione.

Quando una passione viene calpestata: la storia di Luca e il diritto di fare radio

C’è un momento, nella vita di ogni radioamatore, in cui il segnale si fa debole. Non per colpa dell’antenna. Ma per colpa di chi, quella passione, non la capisce.

È quello che è successo al nostro amico Luca, che ha voluto condividere nel canale Telegram PoC Radio Italia un episodio che ci ha colpito profondamente. Un episodio che merita visibilità, ascolto e rispetto. Perché non parla solo di onde radio. Parla di libertà personale. Di dignità. Di identità.

Una porta chiusa, una voce spenta

Luca, radioamatore da oltre quarant’anni, si è sentito dire che non può più montare le sue antenne. Né sul tetto. Né sul balcone. Né in qualsiasi altra parte della casa. Il padrone di casa – con toni sbrigativi – ha invocato il “decoro” e l’estetica. E gli ha perfino rinfacciato di non aver dichiarato prima, nel contratto d’affitto, l’intenzione di montare delle antenne.

Luca non ha alzato la voce. Non ha cercato lo scontro. Per quieto vivere, ha deciso di desistere. Ma ha scritto, con amarezza:

“Adesso posso dire addio alla mia passione. La Radio.”

Parole che lasciano il segno. Parole che, in silenzio, raccontano un dolore vero.

PoC Radio Italia è con te, Luca

Noi non siamo qui solo per parlare di dispositivi, frequenze, server e piattaforme. Siamo qui per dare voce. E per ascoltare.
Luca, la tua voce non solo l’abbiamo ascoltata. La sentiamo nostra.

Perché quello che ti è accaduto, purtroppo, potrebbe accadere a chiunque viva in affitto o in un condominio dove la parola “radio” è ancora associata a una vecchia TV con l’antenna sul tetto.

Ma non può finire così.

Una sfida può diventare una rinascita

Da sempre, i veri radioamatori hanno trovato soluzioni dove altri vedevano solo ostacoli.
Antenne “invisibili”, camuffate nei pluviali, nascoste nelle ringhiere, integrate nei mobili da balcone.
A volte, proprio le restrizioni hanno dato vita alle soluzioni più brillanti.

Questa non è una sconfitta. È un banco di prova. È l’occasione di fare radio in modo diverso. Con più ingegno. Più tecnica. Più stile.

Non devi dire addio alla tua passione, Luca.
Devi solo darle una nuova forma.
Una forma che nessuno potrà più vietarti.

Siamo una comunità. E ci siamo davvero.

PoC Radio Italia nasce da una convinzione semplice: la comunicazione è un diritto, non un favore. E anche se ci occupiamo principalmente di tecnologie PoC, non dimentichiamo mai le radici profonde della radio. Quella vera. Quella fatta di persone, voci, antenne, passioni.

A te, Luca, e a tutti quelli che si sentono zittiti o scoraggiati, vogliamo dire:
non siete soli. Non lo sarete mai.

Qui trovate uno spazio per parlare, per condividere, per reinventare.
Per continuare a trasmettere. Anche quando sembra impossibile.