PoC VS Community

Dispositivo PoC versus community

Si discute per ore di apparati, SIM e piattaforme. Quasi nessuno si accorge che la differenza vera la fa qualcos’altro

Chiunque si avvicini al mondo del PoC, prima o poi, attraversa la stessa fase. Si passano le serate a confrontare apparati, a leggere schede tecniche, a chiedersi se sia meglio un INRICO o un Hytera, una SIM multi-operatore o un abbonamento tradizionale, questa piattaforma o quell’altra. Nei gruppi e nei forum la domanda più ricorrente è sempre quella: “Quale dispositivo mi consigliate?”.

È una domanda legittima, e ci mancherebbe. Ma c’è un aspetto che in tutte queste discussioni resta sistematicamente fuori dal ragionamento. Non sottovalutato: proprio ignorato. Ed è quello che, alla fine dei conti, deciderà se un apparato PoC diventerà uno strumento che si userà ogni giorno o un oggetto che prenderà polvere in un cassetto.

Quell’aspetto … si chiama community.

Un campo vuoto

Immaginate di avere le scarpe da calcio migliori sul mercato, il pallone ufficiale, i guanti da portiere top. E immaginate di entrare in uno stadio perfetto, con l’erba appena tagliata e le linee fresche di vernice. Vuoto. Nessun compagno, nessun avversario, nessun arbitro. Potete fare il portiere, poi correre dall’altra parte a fare l’attaccante, poi tornare indietro a fare il difensore. Ma a cosa serve? A niente. Il calcio è un gioco di squadra, e senza la squadra l’attrezzatura migliore del mondo non trasforma nessuno in un calciatore. Con il PoC funziona esattamente allo stesso modo. Il dispositivo più evoluto, configurato alla perfezione, con la copertura migliore d’Italia, ma se ti trovi in un canale dove non c’è la community giusta, a cosa serve? Un mattone elegante, nulla di più.

La differenza nascosta

C’è poi un dettaglio tecnico che rende la questione ancora più evidente, e che vale la pena sottolineare proprio a chi viene dalla radio tradizionale. Nell’etere, l’ascolto è condiviso per natura. Si accende il ricevitore, si gira la manopola, e qualcuno prima o poi lo si incontra: un QSO sentito per caso, una chiamata generale, una voce sconosciuta che arriva da chissà dove. Lo spazio comune esiste a prescindere da chi lo frequenta, e la scoperta fa parte del gioco.

Nel PoC non è così. Non c’è una banda da esplorare, non c’è il fruscio da cui emerge una voce inattesa. Si sente soltanto chi si trova nello stesso gruppo, sulla stessa piattaforma, nello stesso canale. In altre parole, nel PoC lo spazio comune non esiste finché qualcuno non lo costruisce e non decide di abitarlo. La community, qui, non è un contorno piacevole: è letteralmente il mezzo di propagazione. Ecco perché, nel nostro mondo, chiedersi “quale apparato compro?” senza chiedersi “con chi parlerò?” significa fare la domanda giusta nell’ordine sbagliato.

Non è un lavoro in solitaria

Da qui discende una conseguenza che a molti sfugge. Una community non si improvvisa e non si compra insieme all’apparato. Non nasce da una locandina, né da un gruppo aperto una sera e dimenticato la mattina dopo. Per esempio, PoC Radio Italia, è il risultato di circa due anni di lavoro paziente, portato avanti a più mani: chi ha avviato il progetto, chi lo co-amministra, i moderatori e non solo … tutti color che ogni giorno ci mettono tempo ed equilibrio, senza dimenticare i tanti che, un passaparola dopo l’altro, hanno portato dentro altre persone. Nessuno di noi, da solo, avrebbe potuto costruire qualcosa del genere. Ed è proprio questo il punto: anche chi la tecnologia la conosce a fondo, se resta da solo, ha in mano soltanto un apparato.

E una community va anche custodita. Chi ha vissuto gli anni d’oro della CB ricorda bene il rovescio della medaglia: frequenze affollate, disturbi, maleducazione, quel caos che alla lunga ha allontanato tante persone per bene. Il nostro obiettivo, da sempre, è stato ritrovare lo spirito migliore di quella stagione lasciandone fuori il peggio. Un ambiente pulito, corretto, dove ci si rispetta e ci si sente a casa. Non è una cosa che succede da sola: richiede regole chiare, attenzione costante e la disponibilità di qualcuno a occuparsene.

Si arriva per curiosità, si resta per le persone

Chi approda in PoC Radio Italia, molto spesso, arriva per curiosità. È uno sperimentatore, vuole capire come funziona questo mondo, quali apparati usare, come configurarli, che cosa si può ottenere da una SIM ben scelta o da una piattaforma professionale. Ed è giusto così: la tecnologia è la porta d’ingresso, e ci teniamo a usare la migliore disponibile.

Ma chi resta, resta per un altro motivo. Resta perché ha trovato persone con cui parlare. Con cui condividere la passione principale, certo, quella per le telecomunicazioni e per il PoC. Ma anche tutto il resto: la giornata di lavoro appena finita, il viaggio in programma, l’orto, la moto, il camper, i figli, la pensione, la partita della domenica. Si comincia parlando di APN e di copertura, e senza accorgersene si finisce a raccontarsi la vita.

È così che nascono le amicizie. Ed è così che si spiega un dato che ci sorprende ancora oggi: radioamatori che avevano messo da parte la passione e l’hanno ritrovata, persone che si sono conosciute dietro un microfono e poi si sono incontrate di persona, utenti che non hanno mai sentito il bisogno di cambiare piattaforma, anche quando il mercato ne offriva di più economiche. Non perché l’apparato non fosse sostituibile … ma perché le persone della community sono speciali!

Il vero valore aggiunto

Arriviamo così al cuore della questione. Il dispositivo PoC è importante, ed è giusto sceglierlo con cura. Ma è un mezzo. Il valore aggiunto, quello che non si trova in nessuna scheda tecnica e non si compra in nessun negozio, è la community che c’è dall’altra parte del PTT. Lo dicevamo in un nostro articolo precedente: la radio, per come la si intende tradizionalmente, ha al centro l’apparato, mentre il PoC ha al centro le persone. Oggi possiamo fare un passo in più. Le persone, da sole, non bastano: servono persone che si ritrovano, si riconoscono, si danno appuntamento, si rispettano. Serve una squadra.

E allora, la prossima volta che vi troverete a discutere per ore su quale sia l’apparato migliore, fermatevi un momento e fatevi anche l’altra domanda. Quella che quasi nessuno fa.

Con chi giocherò la partita?

Se l’Italia entrasse in stato di guerra, i radioamatori verrebbero interdetti? E il PoC?

Non c’è nessuna norma che faccia scattare un divieto automatico per i radioamatori con lo stato di guerra. Però lo Stato avrebbe tutti gli strumenti per sospendere o limitare l’attività, e storicamente è quello che è sempre successo.

Cosa dice la normativa attuale. Il Codice delle comunicazioni elettroniche (D.Lgs. 259/2003, artt. 134–145) disciplina l’attività radioamatoriale come autorizzazione generale. Non contiene una clausola specifica sulla guerra. L’unico articolo sulle situazioni eccezionali va nella direzione opposta: l’art. 141 dice che l’Autorità competente può, in caso di pubblica calamità o per contingenze particolari di interesse pubblico, autorizzare le stazioni di radioamatore ad effettuare speciali collegamenti oltre i limiti stabiliti dall’articolo 134. Quindi la legge prevede l’impiego dei radioamatori nelle emergenze, non il loro divieto.

Perché comunque potrebbero essere fermati. Ci sono tre vie:

  • Art. 78 della Costituzione. Quando le Camere deliberano lo stato di guerra, conferiscono al Governo “i poteri necessari”. Un decreto potrebbe sospendere le autorizzazioni o limitarle, per esempio a sola ricezione, a certe bande o al divieto di cifratura e di collegamenti con l’estero.
  • Legge di guerra (R.D. 1415/1938). È formalmente ancora in vigore e dà ampi poteri all’autorità in tempo di guerra, compreso il controllo sulle comunicazioni.
  • Costituzione e Convenzione ITU. Gli Stati si riservano il diritto di interrompere le telecomunicazioni private ritenute pericolose per la sicurezza nazionale, e le installazioni militari hanno piena libertà d’uso dello spettro.

Il precedente storico. Nelle due guerre mondiali i radioamatori hanno sempre perso il diritto di trasmettere, anche nei Paesi democratici. Negli Stati Uniti, per esempio, durante la Seconda guerra mondiale ai radioamatori fu vietato trasmettere, ma erano incoraggiati ad ascoltare e potevano operare nel WERS (War Emergency Radio Service). Il motivo dichiarato era che le trasmissioni furono sospese per ridurre la possibilità che spie comunicassero via radio senza essere individuate. In Italia, sotto il fascismo, l’attività era già fortemente limitata prima del conflitto e riprese regolarmente solo nel dopoguerra.

Lo scenario realistico oggi. È probabile una sospensione generalizzata delle trasmissioni amatoriali, almeno nella fase iniziale. In parallelo, i radioamatori già inquadrati nella protezione civile (ARI-RE, associazioni convenzionate) potrebbero essere precettati o autorizzati a operare in reti di emergenza controllate, in modo simile al WERS americano. L’ascolto difficilmente verrebbe vietato in modo generalizzato, mentre il sequestro degli apparati è possibile ma meno probabile.

Si tratta di un’analisi generale e non di un parere legale: in concreto tutto dipenderebbe dai decreti emanati al momento.

Quindi, il sistema PoC potrebbe offrire maggiori possibilità di continuità nelle comunicazioni, considerando quanto Internet sia ormai vitale per la società e quanto sarebbe difficile rinunciarvi completamente, anche in scenari di crisi?

Sì, ma solo in parte: il PoC ha più probabilità di restare legalmente consentito, ma è più fragile tecnicamente. In pratica scambia un rischio con un altro.

Ucraina: radio vietata, rete mantenuta. L’Ucraina è il caso più chiaro. Con il decreto del 24 febbraio 2022 è stato vietato l’uso dei trasmettitori radioamatoriali per uso personale e collettivo. Internet invece è stato tenuto in piedi a tutti i costi, perché serviva a governo, economia e morale. Diverse applicazioni PoC sono diventate molto diffuse tra civili e volontari. Quindi la nostra intuizione potrebbe reggere: per un governo che si difende, la rete cellulare è infrastruttura vitale, mentre la radio amatoriale è “rumore” difficile da controllare.

Però la stessa legge ucraina sulla legge marziale prevede anche restrizioni sulla trasmissione di informazioni attraverso le reti informatiche. Lo Stato ha scelto di non usarle, ma poteva farlo.

Russia: il caso opposto. La Russia mostra che internet mobile si può spegnere eccome. Dal maggio 2025 il blocco dell’internet da cellulare è diventato diffuso e prolungato, e a novembre in media 57 regioni russe segnalavano interruzioni quotidiane; le autorità sostengono che servono a impedire ai droni ucraini di usare le reti mobili per la navigazione. In alcune regioni le restrizioni durano da oltre sei mesi. Durante i blocchi funziona solo una “lista bianca” di servizi approvati dal governo, come marketplace, consegne e taxi. Un’app PoC o un server estero non ci rientrerebbero.

Il motivo è proprio quello che riguarda anche tutti noi a prescindere dal servizio utilizzato: i droni usano le reti cellulari. In una guerra con attacchi di droni sul territorio italiano, il blackout del mobile dati in certe zone diventerebbe uno strumento plausibile anche per un Paese democratico.

Le debolezze tecniche del PoC:

  • Corrente. In Ucraina, con gli attacchi alla rete elettrica, molte celle sono rimaste giù dopo poche ore di batteria. La radio con una batteria e un pannello solare va avanti, ma se è vieta il problema non si risolve comunque.
  • Infrastruttura. Basta un ponte radio o una dorsale colpita e una zona intera resta isolata. Il simplex VHF/UHF non dipende da niente, ma anche in questo caso sé fosse vietato ci si ritroverebbe in un vicolo cieco.
  • Filtri mirati. Non serve spegnere internet: basta bloccare un’app o un IP, come la Russia ha fatto con le chiamate su WhatsApp e Telegram.
  • Tracciabilità. Ogni terminale PoC è un telefono agganciato a una cella, quindi localizzabile.

Tabella con scenari ragionevolmente plausibili:

RadioamatoriPoC
Rischio di divietoAlto (precedenti costanti)Basso-Medio
Resilienza fisicaAltaMedio
Dipendenza da terziNessunaOperatori, corrente, server

Per gli utenti di PoC Radio Italia la conclusione utile è che il PoC regge bene come rete nello “scenario normale” e nelle crisi leggere, ma non dovrebbe essere l’unico livello. Per aumentarne la resilienza si potrebbe tenere il server in Italia, su un’infrastruttura difficile da bloccare selettivamente, e prevedere un piano di ripiego su radio per esempio PMR446 le quali è ragionevole pensare difficilmente verrebbero vietate per i civili, oltre ai canali radioamatoriali se riautorizzati per l’emergenza.

Siamo su TELEGRAM!

“Il PoC non è fare radio”. Ed è vero!

Prima di tutto conviene capire cosa c’è davvero dietro queste parole. E a guardarle da vicino, chi le pronuncia ha ragione!

Prima o poi capita a tutti. Si racconta a un amico, a un collega, a un vecchio compagno di frequenze di aver scoperto il PoC, e la risposta arriva secca, con quel mezzo sorriso di chi la sa lunga: “Sì, va bene, ma quello non è fare radio”.

La tentazione, di solito, è quella di ribattere. Di difendersi, di elencare apparati, protocolli, ponti, gateway. Questa volta proveremo a fare l’esatto contrario: vedere cosa c’è dentro queste parole. Perché per dire con cognizione di causa che cosa non è fare radio, bisogna prima avere ben chiaro che cosa lo è.

Chi scrive rappresenta PoC Radio Italia, una community composta per la maggioranza da radioamatori. Gente che la radio, quella vera, l’ha fatta e continua a farla. E proprio per questo non ha alcuna paura di guardare la questione in faccia.

Chi fa radio, davvero

Tre sono le categorie che rientrano a pieno titolo nella definizione di “fare radio”: i radioamatori, i CB e gli utenti PMR446. Mondi diversi, con storie e regole diverse, ma un tratto comune che vale la pena tenere a mente fin da subito.

I radioamatori

Da Guglielmo Marconi in poi, i radioamatori hanno avuto un ruolo di primo piano nell’evoluzione delle radiocomunicazioni. Curiosi, sperimentatori instancabili, si sono guadagnati un posto nella storia contemporanea soprattutto per il contributo offerto negli scenari d’emergenza, quando tutto il resto taceva.

La loro attività è disciplinata da norme precise, armonizzate a livello nazionale ed europeo. E diventare radioamatore è un percorso, non un acquisto. Bisogna affrontare la trafila burocratica per accedere all’esame, superare la prova ministeriale su normativa, tecnica e procedure operative, ottenere l’autorizzazione generale e infine il nominativo che consente di operare con una propria stazione. Poi arrivano gli apparati, spesso tutt’altro che economici, e il Log su cui annotare l’attività.

E poi, soprattutto, arrivano le antenne. È lì che la passione viene messa davvero alla prova. Il condominio che si oppone e, messo alle strette, pretende la certificazione di una ditta installatrice e una copertura assicurativa. La famiglia che non vede di buon occhio muri forati, cavi che corrono per casa e un angolo, quando non un’intera stanza, occupato da apparecchiature che raramente sono una sola. Ogni radioamatore conosce questa storia, e chi l’ha vissuta sa quanta determinazione serva per arrivare in fondo.

I CB

Anche la Banda Cittadina ha alle spalle una lunga tradizione, e anche i CB hanno dovuto affrontare in passato le loro battaglie normative. Il bagaglio tecnico di un CB, in genere, è più leggero di quello di un radioamatore, ma qualche base la condivide: tarare un’antenna con il rosmetro, per dire, non è cosa che si improvvisa.

Oggi la CB è di libero uso, senza più autorizzazioni da chiedere né contributi annuali da versare. Ma l’antenna resta un’antenna, con gli stessi problemi di sempre, aggravati da un clima che negli ultimi anni ha reso gli eventi meteo estremi tutt’altro che eccezionali e l’installazione a regola d’arte una necessità, non un vezzo.

C’è poi la natura stessa della banda. Si chiama cittadina non a caso: è un fatto di prossimità, e il raggio d’azione in città, al netto della propagazione, resta limitato. L’operare in mobile, che per anni è stato il cuore della CB, oggi è diventato una corsa a ostacoli: da un lato un codice della strada che guarda con severità a tutto ciò che occupa le mani alla guida, dall’altro automobili imbottite di sensori, airbag, sistemi di assistenza e cruscotti digitali che rendono complicato piazzare un’antenna, trovare posto all’apparato e far passare cavi e alimentazione.

Il risultato è sotto le orecchie di tutti: la banda è in gran parte silenziosa. Non mancano le iniziative, anche lodevoli, per ripopolarla a livello nazionale, ma il contesto sociale è cambiato a tal punto da rendere l’obiettivo, oggi, poco meno che utopico.

Il PMR446

È la categoria più giovane, e come ogni gioventù vive spesso sul filo delle regole. Con mezzo watt e un’antenna non modificabile, in città si va poco lontano. In montagna è tutta un’altra storia, e lì PMR446 dà il meglio di sé.

Per il resto è un grande far west. Attività commerciali e professionali che si sovrappongono ai bambini che giocano con le loro radioline, il traffico dei porti, degli stabilimenti balneari, le zone di caccia. E poi i “personaggi” di turno, con apparati veicolari non omologati per PMR446, antenne esterne e potenze di decine di watt, gateway pirata e ripetitori di ogni genere piazzati in posizioni strategiche per farsi sentire su zone vastissime.

Chi resta nella legalità, però, una sfida autentica la trova: quella dell’escursionista che, zaino in spalla, cerca con pochi milliwatt di collegare un corrispondente il più lontano possibile. Quando ci riesce, la soddisfazione è grande. Anche qui, dunque, esiste un modo di operare con un suo significato, per quanto la normativa lo confini a una prossimità estrema.

Cosa significa, allora, “fare radio”

Messe in fila le tre categorie, il quadro si chiarisce da sé. Quando qualcuno dice “non è fare radio”, in realtà sta indicando un perimetro preciso: quello di un’attività in cui per premere il PTT bisogna prima superare una serie di ostacoli normativi, tecnici, economici e perfino familiari. Un’attività che richiede motivazione, cultura tecnica e senso della storia. E che, in tutti e tre i casi, ruota attorno a un oggetto: l’apparato, la radio.

È una definizione legittima, e va rispettata. Ma una volta capita, ci dice anche dove sta il PoC rispetto a essa.

E il PoC?

Il Push-to-Talk over Cellular nasce, ormai da oltre vent’anni, per rispondere a esigenze professionali. E come internet, nato strumento per pochi e poi diventato fenomeno di massa, anche il PoC sembra seguire la stessa parabola, con l’ambizione di diventare una sorta di CB 2.0. Non è un caso, del resto, che l’Unione Europea abbia scelto proprio la versione professionale di questa tecnologia, il Mission Critical Push-To-Talk, per le comunicazioni dei soccorsi del prossimo decennio, come raccontavamo nel nostro precedente articolo.

Il gesto che caratterizza tutte e quattro le categorie è lo stesso di sempre: premi, parli, rilasci, ascolti … PTT … l’unica cosa in comune. Quello che cambia è tutto il resto. Le barriere che caratterizzano le tre categorie viste sopra, nel PoC, semplicemente non ci sono. Niente esami, niente antenne sul tetto, niente trattative con l’amministratore di condominio, niente pirateria di vario genere. Bastano uno smartphone, oppure un apparato PoC Radio dedicato per chi vuole di più, e una connessione dati. La copertura arriva ovunque arrivi la rete.

Anche in auto la musica cambia. Il PoC si integra con l’infotainment di molti veicoli e si usa in vivavoce, senza staccare le mani dal volante. In alternativa, con un apparato come l’INRICO S200 o l’Hytera P50 et simili, basta un PTT Bluetooth fissato al volante o vicino alla leva del cambio. Nessun foro sul tettuccio, nessun cavo da far correre sotto i rivestimenti. E soprattutto mani sul volante.

Chi usa il PoC

Dentro questo ecosistema convivono tre tipologie di utenti, molto diverse fra loro.

Ci sono i professionali: forze dell’ordine, flotte aziendali, vigili del fuoco, protezione civile, pubbliche assistenze, ecc… Per loro il PoC è uno strumento di lavoro, punto.

Ci sono gli amatoriali, quelli delle varie app tipo Zello o CB Talk: un pubblico che, per abitudini e modi, somiglia a un mix fra la vecchia CB e il PMR446.

E poi ci sono gli sperimentatori e divulgatori. Utenti tutt’altro che passivi, con una conoscenza profonda delle telecomunicazioni, che uniscono l’esperienza radioamatoriale alla padronanza degli standard più recenti. Usano piattaforme professionali, apparati PoC dedicati o ibridi, SIM multi-operatore capaci di agganciare la rete anche quando altri dispositivi restano a secco. Sanno configurare un APN in certi contesti per “riacchiappare” la rete, conoscono la mappa dei ripetitori cellulari e le tecnologie che ciascuno supporta. Prima di partire per un’escursione, sanno già dove ci sarà copertura e dove no.

È in quest’ultima categoria che si riconosce gran parte della nostra community. Ed è la prova che, anche fuori dal perimetro del “fare radio”, competenza e spirito sperimentale hanno ancora un ruolo da giocare.

Hanno ragione loro

Arriviamo così al punto. Il PoC non nasce per fare radio. Nasce per garantire la comunicazione, professionale o privata, in qualunque circostanza. Non è un hobby fine a se stesso: è uno strumento che toglie di mezzo tutto ciò che si frappone fra una persona e la voglia di parlare con qualcun altro premendo un tasto PTT indipendentemente da dove si trovi.

E in un tempo in cui ognuno tende a chiudersi un po’ di più nel proprio guscio, questo non è un dettaglio. Combatte l’isolamento, fa nascere amicizie, mette in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate. Mette al centro le persone, non la tecnologia e non l’apparato.

Ecco perché, la prossima volta che qualcuno vi dirà che “il PoC non è fare radio”, potrete rispondergli con un sorriso e dargli ragione. Perché “fare radio”, significa mettere al centro l’apparato … “la radio” … appunto. Il PoC invece mette al centro le persone. Non è un fine: è un mezzo, per permettere a chiunque di comunicare.

E chi la radio la ama davvero, a ben pensarci, non ha mai voluto altro.

Siamo su TELEGRAM!

Bruxelles manda in pensione la banda stretta

C’è una notizia che è passata quasi in sordina fra gli appassionati di radio, e che invece meriterebbe di essere letta con la massima attenzione. Il 30 settembre 2026, a Bruxelles, la Commissione Europea ha presentato la proposta di regolamento che istituisce l’EU Critical Communication System, per gli amici EUCCS. Tradotto: un sistema unico con cui polizia, vigili del fuoco, servizi sanitari e protezione civile di tutta l’Unione potranno parlarsi in tempo reale, oltre i confini nazionali, con un solo apparato in mano.

Fin qui, si dirà, nulla di strano. Ogni tanto l’Europa si inventa un acronimo nuovo. Ma il cuore della proposta è un altro, ed è quello che dovrebbe far drizzare le orecchie a chiunque abbia mai premuto un PTT: gli Stati membri abbandoneranno progressivamente le reti radio a banda stretta, quelle su cui oggi viaggiano le comunicazioni dei soccorsi, per passare alla banda larga del 5G. Con i satelliti dell’Unione a fare da ruota di scorta.

Chi conosce PoC Radio Italia, non può fare a meno di notare una certa familiarità in tutto questo.

Il problema della frontiera

Partiamo dal motivo dichiarato. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen lo ha detto senza giri di parole: le reti nazionali d’emergenza funzionano bene, ma si fermano al confine. Quando una squadra italiana e una francese lavorano fianco a fianco dopo un’alluvione in una valle alpina, ognuna parla sulla propria rete, con i propri apparati, e far dialogare i due mondi diventa un’impresa.

Chi ha qualche anno di radio alle spalle sorride amaramente. È lo stesso problema di sempre: la radio tradizionale è, per sua natura, un fatto locale. Il segnale arriva fin dove arriva, l’infrastruttura copre fin dove è stata costruita, e oltre c’è il silenzio. Per superare quel limite servono ponti, collegamenti, accordi. Oppure serve una rete che, per come è fatta, non conosca confini.

Non solo voce

Le reti attuali dei soccorsi, il TETRA in testa, nacquero negli anni Novanta per trasportare la voce. E la voce la trasportano benissimo, con un’affidabilità che nessuno mette in discussione. Ma sul campo, oggi, serve molto di più: la foto del ponte crollato, il video ripreso dal drone, la posizione esatta di ogni squadra sulla mappa. Cose che in un canale a banda stretta semplicemente non ci stanno.

Il nuovo sistema promette proprio questo: dati, immagini, messaggi e geolocalizzazione su un unico dispositivo sicuro, con una corsia preferenziale garantita anche quando la rete mobile è intasata. Dove la rete manca del tutto, entreranno in gioco i satelliti della costellazione europea IRIS² e unità mobili da portare direttamente in zona di crisi. Il bacino d’utenza, secondo Bruxelles, supera i cinque milioni di operatori di primo intervento.

Quello che in pochi dicono

E qui arriviamo al punto che ci riguarda da vicino. Quello che l’Europa sta mettendo in piedi, al netto dei satelliti e delle crittografie militari, ha un nome tecnico preciso: si chiama Mission Critical Push-To-Talk, uno standard internazionale del mondo cellulare. In parole povere, è la versione professionale, blindata e con priorità garantita, di quello che noi chiamiamo PoC: la voce che viaggia sulla rete dati, con la pressione di un tasto.

Non lo diciamo per piantare una bandierina. Lo diciamo perché, da quando è nata, a PoC Radio Italia è stata rivolta un’accusa ricorrente: quella di non fare “vera radio”, di essersi venduta al telefonino, di aver tradito l’etere. Ebbene, la stessa tecnologia di fondo è quella su cui l’Unione Europea ha deciso di far viaggiare, entro il prossimo decennio, le comunicazioni di chi ci viene a tirare fuori da sotto le macerie. Forse sarebbe il caso di riconsiderare qualche giudizio frettoloso.

Ma attenzione all’entusiasmo

Detto questo, sarebbe disonesto fermarsi qui. Perché la proposta europea contiene anche una lezione che noi, per primi, dobbiamo tenere bene a mente.

Bruxelles non si fida ciecamente della rete. Accanto al 5G prevede i satelliti, le unità mobili dispiegabili, un centro di monitoraggio della sicurezza informatica, una dorsale in fibra dedicata. In altre parole: chi progetta comunicazioni per le emergenze sa benissimo che una rete cellulare, il giorno del disastro vero, può saturarsi o sparire. E costruisce un piano B, un piano C e un piano D.

C’è poi la questione dei tempi. Se Parlamento e Consiglio daranno il via libera, una prima dozzina di Paesi partirà nel 2030 e tutti saranno collegati entro il 2036. Date che presuppongono reti 5G standalone mature ovunque, perché senza quelle la famosa corsia preferenziale resta un’intenzione scritta sulla carta. E in Italia, ad oggi, nessuno sa ancora dire con certezza quale operatore se ne farà carico.

La radio non va in pensione

Ed è proprio qui che il cerchio si chiude, e che il radioamatore torna protagonista. Il PoC è uno strumento straordinario per tenere unite le persone, per far parlare un appassionato di Brescia con uno di Palermo come se fossero sullo stesso ripetitore, per riaccendere passioni sopite. Ma non è, e non pretende di essere, l’ultima risorsa quando tutto il resto è caduto. Quella, da sempre, è la radio vera: un apparato, una batteria, un’antenna e un operatore che sa cosa sta facendo.

Le due cose non si escludono. Si completano. È esattamente il ragionamento che sta facendo l’Europa: banda larga per la vita di tutti i giorni, alternative indipendenti per quando la rete non c’è. Nella nostra community, fatta per la grandissima parte di radioamatori, questo equilibrio lo pratichiamo ogni giorno senza bisogno di un regolamento comunitario. Ci si ritrova sulla piattaforma, ci si conosce, ci si confronta. E il giorno in cui servisse, quegli stessi operatori sanno dove mettere le mani sul proprio ricetrasmettitore.

Chi continua a vedere il PoC e la radio come due eserciti in guerra farebbe bene a leggersi con calma questa proposta. Dentro c’è scritto, nero su bianco, che il futuro delle comunicazioni non è la scelta fra l’una e l’altra. È saperle usare entrambe, ciascuna al suo posto.

Siamo su TELEGRAM!

“Ripopoliamo la CB”. La cura che sta uccidendo il paziente

C’è un fenomeno che si ripete, quasi con la puntualità di un orologio guasto, chi ci accusa di “uccidere il fare radio”. I soliti personaggi noti? Basta accendere il computer, aprire Facebook, e prima o poi eccola lì: l’ennesima locandina, spesso sfornata da un programma di intelligenza artificiale in due minuti, che grida al mondo “ripopoliamo la CB”. Sotto, i soliti proclami. Sopra, spesso, il volto di chi l’ha pensata, fiero come un condottiero alla vigilia di una battaglia che non sa ancora di aver già perso.

Non mettiamo in dubbio le intenzioni. Chi scrive queste cose, nella grandissima parte dei casi, lo fa in buona fede, mosso da un affetto sincero per un mondo che sente scivolare via. Il problema non è l’intenzione. Il problema è il risultato. E il risultato, puntualmente, è l’esatto contrario di quanto sperato.

Chi scrive (IU1GAM) è utente attivo di PoC Radio Italia, oggi la principale community di riferimento nazionale per chi pratica la tecnologia PoC in ambito radioamatoriale e CB con serietà e spirito sperimentale. Una community che, per inciso, è composta per il novanta per cento da radioamatori. Gente che con la radio ci è cresciuta, prima ancora di scoprire cosa fosse un telefono con lo schermo.

Un’accusa che non sta in piedi

Il paradosso, prima di tutto. A PoC Radio Italia viene periodicamente rivolta un’accusa tanto diffusa quanto infondata: quella di essere, in qualche modo, complici dell’agonia del “fare radio”. L’accusa arriva sia dai radioamatori più tradizionalisti, sia dal mondo della CB. Peccato che chi frequenta la nostra community ogni giorno racconti tutt’altra storia. Radioamatori che, grazie alla possibilità di ritrovarsi e parlarsi attraverso la piattaforma iConvNet, hanno riacceso una passione che si stava spegnendo. Alcuni, addirittura, non erano nemmeno radioamatori quando sono arrivati fra noi, e oggi stanno studiando per prendere il patentino. Difficile parlare di sterilizzazione, quando si sta assistendo, sotto i propri occhi, a una piccola rinascita.

Chi ci accusa farebbe bene a voltarsi e guardare da un’altra parte. Perché il vero terreno sterile, quello sì, è altrove.

Sale sulla terra arida

Il problema del ricambio generazionale, quello vero, esiste ed è serio. Da anni la CB e il mondo radioamatoriale faticano a trovare nuova linfa, e chi opera in questo ambiente da tempo lo sa bene. Ma le campagne social che spuntano come funghi dopo la pioggia non stanno curando questa ferita. La stanno infettando.

Perché concentrare uno sforzo di “ripopolamento” proprio sui social, quando i social non sono mai stati, e mai saranno, il terreno naturale della CB? È come voler far germogliare un seme versandoci sopra dell’acqua di mare. Ogni iniziativa che nasce oggi e si spegne fra tre giorni, senza lasciare nulla dietro di sé, non è un episodio isolato e innocuo. È un altro pugno di sale gettato su una terra già arida. E se mai, in mezzo a tanta sterilità, dovesse spuntare un germoglio vero, genuino, rischierebbe comunque di bruciare insieme al resto, travolto dalla stessa retorica vuota che lo circonda.

I conti con la realtà

Qui viene il punto che pochi hanno il coraggio di guardare in faccia: la CB non tornerà mai più un fenomeno di massa. E non è colpa di nessuno. Sono cambiate le condizioni, tutte insieme, e nessun entusiasmo può riportarle indietro.

Prendiamo le antenne. Un tempo bastava una scala, un tetto e un po’ di manualità. Oggi un’installazione fatta come si deve richiede un lavoro certificato, a regola d’arte, per una questione di sicurezza — i fulmini non perdonano, e con i cambiamenti climatici degli ultimi anni ancora meno — e di responsabilità civile, nel caso qualcosa dovesse cadere. Lo stesso discorso vale, identico, per le automobili. Chi oggi si sognerebbe di forare il tettuccio della propria auto, magari pagata trenta o quarantamila euro, sapendo che sotto quella lamiera corre un intreccio di elettronica fra airbag e sistemi di assistenza alla guida che basta poco a mandare in tilt? Trent’anni fa si prendeva il trapano senza pensarci due volte. Oggi ci si pensa, e giustamente.

E poi c’è la fisica, che non fa sconti a nessuno. Un’antenna piazzata su un balcone di città, con il guadagno che ne consegue in trasmissione come in ricezione, copre pochi km, non di più. Con quattro watt e mezzo in modulazione di frequenza non si va lontano, checché se ne dica. E prima ancora di trasmettere un solo watt, bisogna fare i conti con l’installazione: i cavi da far passare, il muro da bucare, l’alimentatore da sistemare, una posizione che sia abbastanza vicina all’antenna da non perdere segnale su decine di metri di cavo. Senza contare le discussioni in famiglia, perché quella stanza, quel balcone, quello spazio, di solito serve anche a qualcun altro in casa.

Il vero nodo: non è tecnologia, è tempo

Ma la ragione più profonda, quella che nessuno vuole davvero affrontare, è un’altra. Non è un problema tecnico. È un problema di come le persone, oggi, decidono di impiegare le proprie serate.

Fra Netflix, Prime Video, TikTok e una dozzina di altre piattaforme pronte a rubare ore di attenzione, il tempo libero di chiunque è già stato colonizzato. Chi torna a casa dopo una giornata di lavoro e si perde in una serie fino a notte fonda, quella sera, ciaone ricetrasmettitore. Non perché la radio sia meno affascinante. Il tempo, semplicemente, non c’è più.

È la stessa storia del giradischi, e vale la pena dirlo chiaro: nessuno, oggi, lancerebbe sul serio una campagna per riportare il vinile nelle case di milioni di italiani. Eppure il giradischi ha un fascino che lo streaming compresso in un file non potrà mai avere, un calore che nessuna cuffia bluetooth saprà restituire. Ma la gente, ormai, porta la musica in tasca, dentro uno smartphone, con le cuffiette senza fili. È cambiata l’abitudine, non è cambiata la qualità del suono. E un’abitudine radicata così a fondo non si smonta con un post su Facebook.

Sbagliare i numeri, prima ancora del metodo

C’è infine un errore di prospettiva che accompagna quasi tutte queste iniziative, ed è quello della scala. Chi lancia una campagna dal Piemonte o dalla Lombardia, spesso, immagina di parlare a tutta Italia. Ma la CB, per come è fatta, per quella stessa fisica di cui si diceva sopra, non potrà mai essere un fenomeno nazionale. È, per natura, un fatto di prossimità, di quartiere, di vicinato. Pensarla come un movimento di massa da coordinare da un capo all’altro della penisola è un errore di impostazione, prima ancora che di esecuzione.

E a questo si aggiunge, quasi sempre, il vuoto più totale sul piano pratico. Si grida “bisogna fare qualcosa”, ma senza mai specificare come, con quali soldi, con quale tempo a disposizione, e soprattutto chi, fra tutti quelli che condividono la locandina con un like, sia davvero disposto a mettersi in gioco.

La proposta di chi non ha voltato le spalle

PoC Radio Italia non ha mai rinnegato le proprie origini. Siamo radioamatori, siamo CB, e quell’istinto non si è mai spento. Ci siamo solo accorti, prima di altri forse, che oggi esistono strumenti nuovi capaci di tenere viva quella stessa passione, di far incontrare persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute. La nostra community, fatta di legami nati da un microfono, è la prova più concreta che questo funziona davvero.

Il ragionamento, in fondo, è disarmante nella sua semplicità. Chi vuole fare radio ha bisogno, prima di ogni altra cosa, di uno strumento per parlare a voce con qualcuno. Se non ha nessuno vicino con cui farlo attraverso l’etere tradizionale, la cosa più sensata è trovare comunque un modo per confrontarsi a voce con altri appassionati, e lasciare che da lì, con calma, nasca il resto. Nessun pescatore ha mai imparato a pescare scrivendo un post. Un pescatore compra una canna, oppure va a cercare altri pescatori, e con loro comincia a parlare. Da cosa nasce cosa, diceva qualcuno, e aveva ragione.

Non sto dicendo che valga la pena arrendersi. Diciamo che la battaglia per tenere viva la CB, se davvero la si vuole combattere, va condotta guardando in faccia i vincoli reali — le norme che sono cambiate, la fisica che non perdona, le abitudini che si sono spostate altrove — invece di ignorarli in nome di un entusiasmo che, da solo, non basta più. Continuare a produrre locandine su un terreno che non è il suo non salva proprio niente. Lo consuma un po’ di più ogni volta.

Chi ha davvero a cuore questo mondo farebbe bene a fermarsi un momento a riflettere, prima di disegnare la prossima locandina.

Siamo su TELEGRAM!

Anatomia di un traliccio cellulare: antenne e apparati, dal primo all’ultimo bullone

Chi guida per l’Italia, in camper o in auto, li vede ovunque: tralicci, pali, torri sulle colline. Ma cosa c’è davvero lassù, e cosa nasconde il piccolo edificio recintato alla base? Per un appassionato di radio, capirlo non è curiosità da tecnico: è leggere la mappa del mondo in cui le nostre comunicazioni viaggiano ogni giorno. Andiamo per ordine, seguendo l’anatomia della stazione radio base.

Antenna settoriale (Sector Antenna)

È l’antenna che si nota per prima: i pannelli bianchi, rettangolari, disposti di solito su tre lati a 120° ciascuno, così da coprire l’intero giro d’orizzonte. Sono antenne passive, direttive, con guadagni tipici di alcune decine di volte in potenza rispetto a un dipolo. Concentrano il segnale dove serve, cioè verso gli utenti, e non verso il cielo.

AAU / Massive MIMO (5G beamforming)

Qui la rivoluzione del 5G. L’AAU (Active Antenna Unit) integra radio e antenna in un unico blocco con decine di elementi radianti. Invece di irradiare “a tappeto”, forma fasci stretti e orientabili (beamforming) che seguono gli utenti, moltiplicando capacità ed efficienza. È il cambio di paradigma dall’antenna passiva al sistema attivo, intelligente.

Parabola a microonde (Microwave Dish)

Il collegamento da torre a torre, il backhaul. Dove non arriva la fibra ottica, un link a microonde punto-punto (in genere a frequenze molto alte, dai 6 GHz in su) porta il traffico verso il resto della rete. Richiede visibilità ottica tra le due parabole, e per un radioamatore è un vecchio amico: è la stessa logica dei collegamenti in SHF e delle reti dati sperimentali.

Antenna omnidirezionale (Omni Antenna)

Copre a 360°, senza direzioni privilegiate. Sui grandi tralicci è meno frequente, ma la troviamo su piccole celle, ripetitori, reti private e soluzioni IoT. Per chi usa CB e radioamatori è la familiare “antenna verticale” nella sua veste professionale.

Antenna GPS (sincronizzazione temporale)

Piccola, discreta, fondamentale. La rete 5G, soprattutto in modalità TDD, richiede una sincronizzazione temporale di precisione estrema tra le stazioni: il GPS (GNSS) fornisce la base dei tempi. Senza orologio comune, la rete si disallinea. È lo stesso principio che rende possibili i modi digitali a slot temporali, dall’FT8 in poi.

RRU / RRH (elaborazione del segnale RF)

La Remote Radio Unit è la radio vera e propria, montata in alto vicino all’antenna. Perché? Perché più il cavo coassiale è lungo, più segnale si perde. Portando l’elettronica RF accanto alle antenne e collegandola in fibra al resto dell’impianto, si azzerano quasi le perdite in linea. Ogni radioamatore che ha sofferto per i decibel persi in un coassiale capisce subito il vantaggio.

AISG / unità di controllo RET (inclinazione remota)

Regolare l’inclinazione (tilt) delle antenne significava un tempo salire sul traliccio. Oggi motorini comandati via standard AISG lo fanno da remoto, dal centro di controllo. Si ottimizza la copertura, si riducono le interferenze tra celle vicine, senza mettere un piede in quota.

Luci di segnalazione aeronautica (Aviation Warning Lights)

Le luci rosse in cima non sono decorazione: segnalano l’ostacolo agli aeromobili, secondo le norme sulla sicurezza della navigazione aerea. Sicurezza, prima di tutto.

Parafulmine (Lightning Rod)

In cima, il punto più alto: il primo a essere colpito. Il sistema di captazione e la messa a terra scaricano la corrente del fulmine lontano dagli apparati. Chi ha una stazione radio sa quanto valgano una buona terra e gli scaricatori: qui la stessa cura è portata a livello industriale.

Cavi di alimentazione e feeder (RF, potenza e fibra)

La “spina dorsale” che sale lungo il traliccio: cavi coassiali per il segnale RF, cavi di alimentazione in continua e fibra ottica per i dati. Sono ordinati e fissati con cura, perché è da lì che passa tutto.

La base: shelter e cabina apparati

Alla base del traliccio, dentro un piccolo edificio o un armadio, c’è il cuore della stazione:

  • BBU (Baseband Unit): l’unità che elabora il segnale in banda base, il “cervello” digitale. Sempre più spesso è virtualizzata, con software che gira su hardware generico.
  • Sistema di alimentazione (raddrizzatori): converte la rete elettrica nella tensione continua (tipicamente −48 V) che alimenta tutti gli apparati.
  • Batterie di backup: garantiscono il servizio per un certo tempo durante un blackout. Il “per un certo tempo” è il punto chiave, e ci torniamo tra poco.
  • Apparati di trasmissione: router, switch, terminazioni della fibra e delle microonde, che collegano il sito al resto della rete.
  • Controllo ambientale (climatizzazione): l’elettronica scalda, e senza raffreddamento non dura.

Perché tutto questo riguarda anche te, appassionato di CB e radioamatore evoluto

Fin qui abbiamo guardato un traliccio. Ora guardiamo noi stessi.

La radio non è più un mondo a parte. Fino a pochi anni fa si poteva vivere benissimo con un apparato, un’antenna e una frequenza. Oggi la comunicazione è un ecosistema ibrido: il ponte in VHF/UHF è collegato a Internet, il ripetitore digitale parla con un altro continente, un hotspot casalingo entra in una rete mondiale, e un telefono o un terminale PoC (Push-to-talk over Cellular) fa da “walkie-talkie” senza limiti di distanza grazie proprio a quei tralicci che abbiamo appena guardato. Chi capisce solo l’anello RF della catena sta guardando metà della scena.

Conoscere la rete cellulare rende migliori radioamatori. Sapere cos’è un backhaul, perché serve una sincronizzazione GPS, cosa cambia con il beamforming, come funziona l’alimentazione in emergenza: queste non sono nozioni da operatore telefonico. Sono le stesse questioni che affrontiamo nella nostra pratica, dalle perdite del coassiale alla messa a terra, dai link in microonde alla resilienza dell’alimentazione, viste su una scala diversa. Chi le conosce progetta meglio la propria stazione e capisce meglio i problemi degli altri.

L’emergenza è il nostro banco di prova, e oggi è ibrida. Il radioamatore è prezioso quando le reti commerciali cedono. Ma proprio perché le batterie dello shelter durano ore e non giorni, il nostro ruolo è più concreto che mai. Il volontario più utile, però, è quello che sa integrare tutto: la radio quando la rete non c’è, e la rete quando c’è, per trasferire dati, posizione, immagini. Sapere usare entrambi i mondi vale più che eccellere in uno solo.

Le tecnologie nuove sono l’anima della sperimentazione. SDR, modi digitali, LoRa e reti mesh, APRS, collegamenti via satellite, voce su IP, radio via cellulare: la nostra passione è nata dalla curiosità di provare cose nuove, non dalla conservazione. Chi si ferma a ciò che sapeva vent’anni fa non protegge la tradizione, la lascia invecchiare. Chi si aggiorna la fa vivere e la trasmette a chi arriva dopo.

Restare fermi ha un costo. Le reti 2G e 3G stanno lasciando spazio a 4G e 5G, gli apparati cambiano, i servizi si spostano su IP. Chi non si aggiorna scopre un giorno che il suo mondo è diventato più piccolo. Chi lo fa ha più strumenti, più contatti e più cose da raccontare.

Non si tratta di scegliere tra vecchio e nuovo. La CB e il radiantismo classico hanno un valore che nessuna app sostituirà: l’autonomia, la semplicità, il fascino di parlare senza intermediari. Ma il futuro appartiene a chi sa tenere insieme entrambe le cose: un piede nell’etere, un piede nella rete.

Il prossimo traliccio che incrocerai lungo la strada, guardalo con occhi nuovi. Non è una struttura anonima: è un manuale di radio a cielo aperto, scritto per chi ha voglia di leggerlo. Aggiornarsi non toglie nulla a ciò che siamo. Ci permette di restare ciò che siamo sempre stati: quelli che vogliono capire come funziona, e che poi lo provano davvero.

Siamo su TELEGRAM!