Quando la resilienza delle comunicazioni diventa un’esercitazione reale
Le esercitazioni militari non servono soltanto a verificare uomini, mezzi e procedure. In uno scenario moderno, devono mettere alla prova anche ciò che permette a una comunità di comunicare quando tutto il resto comincia a funzionare male. Taiwan lo ha fatto in modo particolarmente concreto. Durante le esercitazioni militari annuali Han Kuang, a Taipei e in altre sei città e località, la rete mobile è stata deliberatamente rallentata per circa trenta minuti fino a 256 kbps. Non si è trattato di un guasto e nemmeno di un attacco informatico. Il rallentamento è stato programmato e coordinato con gli operatori telefonici proprio per simulare una situazione di forte degradazione delle comunicazioni. La scelta è interessante soprattutto dal punto di vista della resilienza: non è stato simulato un blackout totale, ma una rete ancora utilizzabile, seppure estremamente limitata.
Non spegnere la rete, ma imparare a usarla quando funziona male
A 256 kbps molte delle attività alle quali siamo abituati diventano praticamente inutilizzabili. Videochiamate, streaming, applicazioni pesanti e numerosi servizi online smettono di essere realmente fruibili. Messaggi testuali e servizi essenziali, invece, possono continuare a funzionare. Ed è proprio questo il punto dell’esercitazione. In una situazione di emergenza non è necessariamente necessario che la rete sparisca completamente. Può essere sufficiente che la capacità disponibile si riduca drasticamente. Questo scenario è molto più interessante di un semplice “Internet non funziona”. Se la rete è completamente assente, sappiamo di dover utilizzare sistemi alternativi. Se invece la rete continua a funzionare, ma in condizioni degradate, bisogna capire quali servizi rimangono disponibili, quali diventano inutilizzabili e soprattutto come comunicare dando priorità alle informazioni realmente importanti. Taiwan ha quindi trasformato una limitazione tecnica in una prova pratica per la popolazione.
La comunicazione di emergenza non può dipendere da un’unica tecnologia
Per chi si occupa di comunicazioni radio e di resilienza, questa parte dell’esercitazione è particolarmente interessante. Siamo ormai abituati a considerare lo smartphone come uno strumento universale: telefonate, messaggi, navigazione, mappe, video, social network, pagamenti e servizi di emergenza passano dallo stesso dispositivo. Ma proprio questa concentrazione rappresenta una vulnerabilità. Quando la rete cellulare è congestionata, danneggiata o intenzionalmente degradata, non basta chiedersi se “il telefono prende”. Bisogna chiedersi cosa riesce ancora a fare. Un sistema di comunicazione realmente resiliente deve quindi prevedere più livelli: rete cellulare, Internet, collegamenti radio e, dove necessario, sistemi locali indipendenti dalle infrastrutture pubbliche. Ed è qui che il tema diventa direttamente interessante anche per il mondo POC.
POC e resilienza: il valore della rete non è soltanto nella connessione
Il POC viene spesso associato alla possibilità di comunicare attraverso una rete dati cellulare o Wi-Fi. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo aspetto. Il vero vantaggio di una piattaforma POC è la capacità di organizzare la comunicazione, creare gruppi, distribuire gli utenti, gestire le priorità e mantenere un flusso informativo ordinato anche quando le condizioni operative cambiano. Naturalmente, se la rete dati non è disponibile, anche il POC basato su quella connettività non può fare miracoli. Ed è proprio questo che rende interessante l’esperimento taiwanese. La resilienza non significa avere una tecnologia “magica” che funziona sempre. Significa sapere in anticipo cosa succede quando una tecnologia comincia a funzionare male e avere un sistema organizzato per passare, quando necessario, a un altro livello di comunicazione. In questo senso il POC può essere considerato uno degli strumenti di una strategia più ampia, non necessariamente l’unico.
Il vero test è quello che succede quando la rete viene degradata
Taiwan ha fatto qualcosa che normalmente tendiamo a evitare: ha creato volontariamente un disservizio per vedere come reagisce il sistema. È un concetto fondamentale anche per le comunicazioni di emergenza. Possiamo avere apparati modernissimi, server ridondati, reti radio, applicazioni e procedure perfettamente documentate. Ma finché non mettiamo realmente alla prova il sistema, non sappiamo quale sarà il comportamento degli utenti. Ed è probabilmente questo l’aspetto più importante dell’esercitazione. Non basta verificare che una piattaforma POC trasmetta correttamente quando abbiamo una connessione dati perfetta. Bisognerebbe provare anche cosa accade con una rete congestionata, con una connessione instabile, con una banda fortemente ridotta o con la perdita temporanea della connettività. Sono condizioni molto più vicine a ciò che potrebbe accadere durante un’emergenza reale.
La lezione per chi utilizza il POC
L’esperimento taiwanese porta quindi a una conclusione semplice. Una comunicazione di emergenza non deve essere progettata pensando esclusivamente alla situazione ideale. Deve essere progettata pensando al momento in cui qualcosa comincia a non funzionare. In caso di terremoto, alluvione, incendio esteso, blackout, guasto infrastrutturale o situazione di crisi, la rete cellulare potrebbe non sparire immediatamente. Potrebbe semplicemente diventare lenta, congestionata o parzialmente disponibile. In quel momento diventa fondamentale ridurre il traffico inutile, privilegiare la voce e i messaggi essenziali, organizzare gli utenti in gruppi e utilizzare sistemi alternativi quando la rete principale non è più sufficiente. È una logica che conosciamo bene anche nel mondo radioamatoriale e della radio di emergenza. La tecnologia migliore non è necessariamente quella che offre le prestazioni più elevate in condizioni normali. È quella che mantiene una funzione utile quando le condizioni diventano difficili.
Il nostro commento
L’esercitazione di Taiwan contiene una lezione che va ben oltre lo scenario militare. Per la prima volta milioni di persone hanno sperimentato concretamente cosa significa avere una rete mobile ancora attiva, ma fortemente degradata. Ed è una situazione che potrebbe verificarsi anche senza una guerra. Un terremoto può danneggiare infrastrutture e alimentazione elettrica. Un evento meteorologico estremo può interrompere collegamenti e trasporti. Un guasto può provocare una congestione a cascata. Un’infrastruttura può semplicemente diventare indisponibile. La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto “la nostra rete funziona?”. La domanda corretta è: “cosa siamo ancora in grado di fare quando la rete funziona male?”. Per POC Radio Italia questo è un tema centrale. La sperimentazione di Taiwan dimostra che la resilienza delle comunicazioni non si misura soltanto con la velocità massima raggiungibile da una rete, ma con la capacità di mantenere operative le comunicazioni essenziali quando quella velocità crolla. E soprattutto dimostra una cosa molto semplice: una procedura di emergenza che non è mai stata provata rimane soltanto una procedura scritta. Trenta minuti a 256 kbps, in questo senso, possono insegnare molto più di una simulazione perfettamente organizzata sulla carta.
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