WindTre non spegne ancora il 3G, ma inizia a “nasconderlo” ai propri clienti per vedere cosa succede. È una prova generale dello spegnimento vero.

Cosa succede, in pratica

Normalmente, per spegnere una rete si spengono le antenne. Qui invece la rete 3G resta accesa, ma WindTre modifica il profilo del singolo cliente (le impostazioni associate alla tua SIM nei suoi sistemi) togliendogli il permesso di collegarsi al 3G. Per quel cliente l’effetto è identico a uno spegnimento, ma:

  • è reversibile: se qualcosa va storto, WindTre riattiva il permesso;
  • tocca solo i clienti WindTre e Very Mobile (Very è il marchio low cost di WindTre).

Proprio perché le antenne restano accese, non sono coinvolti iliad (che condivide parte della rete WindTre), gli operatori virtuali che usano la rete WindTre (MVNO) e gli stranieri in roaming.

La prova si svolge in due fasi: prima un gruppo ristretto di clienti selezionati (privati, piccole aziende, aziende e anche SIM “non umane” come allarmi, telecontrolli, POS), poi gradualmente tutti i clienti WindTre e Very. Non c’è ancora una data di inizio.

Perché lo fanno

WindTre ha già convertito al 4G le frequenze 3G a 2100 MHz (dal 2024). Oggi il 3G vive solo su un ultimo pezzetto di banda a 900 MHz (5 MHz). Le frequenze basse sono preziose perché arrivano lontano e penetrano bene negli edifici, quindi WindTre vuole liberarle e usarle per il 4G/5G. Prima però deve capire quanti clienti dipendono ancora dal 3G senza saperlo, e questa prova serve a quello.

Chi rischia problemi

La delibera divide gli utenti in tre gruppi:

  • SIM vecchia o telefono solo 3G. Se il problema è la SIM, basta sostituirla gratis. Se è il telefono, serve un telefono nuovo. Altrimenti si scende al 2G, dove i dati vanno lentissimi.
  • Telefono 4G impostato manualmente sul 3G. Basta cambiare un’impostazione di rete.
  • Telefono 4G senza VoLTE su WindTre. Il VoLTE è la tecnologia che fa passare le chiamate sul 4G. Senza VoLTE il telefono, durante una chiamata, scende al 2G, quindi voce e dati non funzionano insieme: mentre telefoni, internet si interrompe.

Le tutele per i clienti

  • Telefono solo 3G: WindTre deve dare 3 mesi di preavviso generale, una comunicazione personale almeno 30 giorni prima e la possibilità di recedere senza penali.
  • SIM o impostazioni da cambiare: almeno 30 giorni di preavviso personale.
  • Telefono senza VoLTE: 30 giorni di preavviso. In più WindTre deve attivarsi subito, insieme ai produttori, per abilitare il VoLTE su quei telefoni.
  • Canali di avviso: SMS per i privati, PEC per le aziende, email per le SIM dei dispositivi.

WindTre deve inoltre mandare ad AGCOM un primo rapporto dopo due settimane e poi aggiornamenti mensili, con numero di clienti coinvolti, SIM sostituite e reclami.

Il punto

Il dettaglio più interessante è il gruppo 3. Molti telefoni senza VoLTE su WindTre non sono vecchi: semplicemente WindTre non li ha ancora abilitati. Ora la delibera la obbliga a farlo. Se hai un telefono recente e su WindTre perdi internet durante le chiamate, adesso hai un appiglio scritto per chiedere l’abilitazione.

Il limite è la trasparenza: tutti i numeri importanti (quanti utenti usano ancora solo il 3G) sono coperti da “omissis”. E lo spegnimento vero, quello che toccherà anche iliad e gli MVNO, richiederà una procedura separata non ancora avviata.

Se sei cliente WindTre o Very

  • Controlla che il telefono non sia bloccato sul 3G (Impostazioni → Rete mobile → tipo di rete preferito: 4G/5G).
  • Verifica che il VoLTE sia attivo (spesso compare come “4G Calling” o “Chiamate VoLTE”).
  • Se hai una SIM molto vecchia, chiedi la sostituzione gratuita.
  • Ricorda gli apparecchi “dimenticati”: antifurti, telecomandi per cancelli, localizzatori GPS e simili sono spesso solo 2G/3G, e sono proprio quelli che rischiano di smettere di funzionare senza che nessuno se ne accorga.

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COSA È RIMASTO OGGI DI QUELLA LOGICA

Quando si parla di telefonia classica e di commutazione di circuito, è facile cadere nella trappola della nostalgia tecnica o, al contrario, nel semplicismo di chi pensa che tutto sia stato buttato e ricominciato da zero. La realtà è più interessante e più complessa: molto di quella logica originale è ancora presente nelle reti odierne, spesso nascosto sotto strati di protocolli moderni che ne mascherano la presenza ma non ne eliminano il peso.

Il canale dedicato non è scomparso, si è trasformato

La commutazione di circuito pura, quella che occupava fisicamente un percorso per tutta la durata di una chiamata, è stata progressivamente dismessa nelle dorsali di rete, sostituite ormai da trasmissione su fibra ottica e protocolli a pacchetto. Tuttavia il concetto di risorsa garantita e dedicata non è affatto sparito: nelle reti mobili moderne, quando viene stabilita una chiamata in VoLTE, il sistema assegna un bearer dedicato con qualità del servizio garantita, separato dal traffico dati generico. Cambia la tecnologia sottostante, ma il principio rimane: la voce esige continuità, e continuità significa riservare risorse in modo esclusivo o quasi.

La gerarchia della rete telefonica sopravvive nell’architettura

Le centrali di commutazione degli anni Ottanta erano organizzate in modo gerarchico: centrali locali, centrali di transito, centrali di transito superiori. Quella gerarchia non è evaporata con la digitalizzazione. I softswitch moderni, i Media Gateway Controller e i server di sessione SIP (Session Initiation Protocol) replicano la stessa logica funzionale in forma software: c’è ancora chi gestisce la segnalazione, chi stabilisce il percorso, chi smista le comunicazioni verso la destinazione giusta. Il ferro è diventato codice, ma la struttura logica è la stessa che Strowger avrebbe riconosciuto senza fatica.

Il doppino in rame è ancora sotto i piedi di milioni di persone

Uno dei residui più concreti e fisici della telefonia classica è la rete di accesso in rame che raggiunge ancora oggi abitazioni e uffici in larga parte del territorio italiano ed europeo. Le tecnologie xDSL hanno permesso di sfruttare questo cablaggio oltre la banda vocale originale, ma il supporto fisico resta quello progettato per trasportare la voce umana a 4 kHz. Anche dove la fibra è arrivata fino all’armadio di strada, l’ultimo tratto verso l’utente è spesso ancora in rame: un vincolo ereditato direttamente dall’infrastruttura della telefonia classica e che condiziona le prestazioni in modo tutt’altro che marginale.

I numeri telefonici sono un fossile vivo

Il sistema di numerazione E.164, quello che assegna a ogni utente un numero telefonico composto da prefisso internazionale, prefisso nazionale e numero locale, fu concepito quando ogni numero corrispondeva a una linea fisica e a un punto geografico preciso. Oggi i numeri telefonici si assegnano a SIM card, a linee VoIP, a centralini virtuali, a app installate su smartphone, ma la struttura del numero è rimasta quella di settant’anni fa. Ogni volta che si digita un numero di telefono si sta usando un sistema di indirizzamento pensato per un mondo in cui la rete era fatta di fili di rame e di operatrici con spinotti e jack.

La logica del circuito vive nella testa degli utenti

C’è un ultimo residuo di quella logica che non riguarda la tecnologia ma il comportamento umano. La maggior parte delle persone pensa ancora alla telefonata come a un collegamento diretto tra due persone, un filo invisibile che si apre e si chiude, e concepisce la comunicazione mobile come una versione senza fili di quel filo. Questa rappresentazione mentale influenza le aspettative degli utenti sulla qualità del servizio, sulla disponibilità della rete e persino sulla sicurezza delle comunicazioni. Capire che sotto ogni chiamata moderna esiste una catena di nodi, protocolli, risorse condivise e priorità di traffico è il primo passo per smettere di sorprendersi quando qualcosa non funziona come si immaginava.

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PERCHÉ LA VOCE È STATA IL PRIMO SERVIZIO

Il problema di partenza

Quando Bell ottenne il brevetto nel 1876, non stava risolvendo un problema teorico: stava risolvendo un problema immediato e concreto che qualunque persona di quel tempo capiva perfettamente. Comunicare a distanza in tempo reale, usando la propria voce, era qualcosa che nessuna tecnologia precedente aveva mai consentito. Il telegrafo trasmetteva testo codificato, richiedeva un operatore addestrato su entrambi i lati del filo e traduceva il messaggio in una sequenza di punti e linee. La voce, invece, era diretta, immediata, universalmente accessibile: non serviva imparare nulla di nuovo.

La fisica favorisce la voce

C’è una ragione tecnica precisa per cui la voce è stata il primo segnale a viaggiare su rete e non, per esempio, un’immagine o un file. La voce è un segnale a banda stretta: occupa una fascia di frequenze compresa tra circa 300 e 3400 Hz, una quantità di risorse trasmissive minima rispetto a qualunque altro contenuto multimediale. Questo la rendeva compatibile con i mezzi trasmissivi dell’epoca: un semplice doppino di rame era sufficiente per trasportarla in modo intellegibile su distanze considerevoli. Un’immagine, un video, persino un documento scritto in forma digitale avrebbero richiesto risorse che nel 1876 semplicemente non esistevano.

La commutazione di circuito nasce per la voce

Tutta l’architettura della rete telefonica tradizionale, nota come PSTN (Public Switched Telephone Network), è stata progettata con un unico obiettivo: garantire un canale dedicato e continuo per la trasmissione della voce umana. La commutazione di circuito, che assegna fisicamente un percorso esclusivo tra i due interlocutori per tutta la durata della chiamata, non è una scelta arbitraria: è la risposta diretta alle esigenze della voce. La conversazione vocale non tollera interruzioni, ritardi variabili o pacchetti fuori ordine. O il suono arriva in modo continuo e con latenza costante, oppure la comunicazione diventa incomprensibile.

La voce come metro di misura della rete

Per decenni, la qualità di una rete di telecomunicazione si è misurata sulla base della sua capacità di trasportare la voce in modo corretto. Le prime reti cellulari 1G, negli anni Ottanta, erano sistemi interamente analogici concepiti per portare solo ed esclusivamente la voce. Quando il 2G e il GSM introdussero la trasmissione digitale, il servizio vocale rimase il riferimento centrale, e gli SMS nacquero quasi per caso, sfruttando un canale di segnalazione che esisteva già per gestire le chiamate. Non fu una scelta strategica premeditata: fu una conseguenza naturale del fatto che tutta l’infrastruttura era costruita attorno alla voce.

La voce resiste anche nel mondo a pacchetti

Quello che sorprende chi studia l’evoluzione delle reti è che la voce non ha mai smesso di porre problemi tecnici, anche quando le reti sono diventate digitali e poi a commutazione di pacchetto. Quando il 4G LTE è entrato in funzione, inizialmente non era nemmeno in grado di gestire le chiamate vocali in modo nativo: i gestori dovevano ricorrere al vecchio sistema 2G/3G per le telefonate, mentre il 4G si occupava solo dei dati. Il VoLTE (Voice over LTE) è arrivato proprio per risolvere questo paradosso: una rete modernissima che doveva tornare a fare la cosa più antica, cioè trasmettere la voce, ma questa volta dentro pacchetti IP. La voce, insomma, non è mai stata un problema risolto una volta per tutte: è rimasta il banco di prova di ogni generazione tecnologica.

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