LA PRIORITÀ È GIÀ QUI

Il punto tecnico è già netto: TIM non sta semplicemente promettendo più velocità, ma sta introducendo il riconoscimento dell’utente e la gestione differenziata del traffico durante la congestione. TIM Priority non equivale ancora a MCPTT, ma dimostra che identificazione dell’utente, QoS e precedenza sotto congestione sono ormai entrate nel mercato reale, proprio là dove la PoC trova il suo terreno naturale.

TIM Priority conferma che la strada indicata da PoC Radio Italia non appartiene più al futuro

Per molti anni si è parlato delle comunicazioni su rete cellulare come di un servizio sostanzialmente uguale per tutti. Cambiavano la quantità di gigabyte, la velocità massima dichiarata e il prezzo dell’abbonamento, ma il principio rimaneva semplice. Ogni utente entrava nella rete e condivideva le risorse disponibili con gli altri.

Quando la rete era libera tutto funzionava bene. Quando migliaia di terminali si concentravano nello stesso luogo iniziavano invece i problemi. Tempi di risposta più lunghi, collegamenti instabili, flussi video interrotti e messaggi che sembravano partire ma restavano in attesa.

La novità presentata da TIM cambia il significato stesso del servizio mobile. Con Priority la rete riconosce il cliente abilitato e gli assegna un trattamento preferenziale nei momenti in cui le risorse diventano scarse. Non si parla soltanto di una velocità teorica più elevata. Si parla di priorità del traffico, minore tempo di risposta e maggiore regolarità del flusso.

È questo il punto che merita attenzione. Non siamo più davanti a un’idea da convegno né a una previsione affidata al futuro 6G. Il meccanismo è stato provato a San Siro e da ottobre 2026 verrà esteso alla rete mobile 5G, con impiego previsto anche al Circo Massimo di Roma, negli autodromi di Imola e Monza e al Palazzo dello Sport di Firenze. La priorità è dunque entrata nel servizio commerciale.

CHE COSA SUCCEDE VERAMENTE IN UNA RETE AFFOLLATA

Una rete mobile possiede una quantità finita di risorse radio e di capacità trasmissiva. In uno stadio pieno decine di migliaia di telefoni tentano di inviare fotografie, aprire pagine, pubblicare filmati e avviare dirette nello stesso momento. L’antenna non può fabbricare banda dal nulla. Deve distribuire ciò che ha.

Nella tradizionale offerta rivolta al pubblico il cliente acquista soprattutto una quantità di traffico e una velocità nominale. Questa impostazione funziona finché la rete non raggiunge la congestione. Nel momento critico la velocità massima scritta sul contratto conta assai meno della possibilità di ottenere subito le risorse necessarie.

TIM dichiara che il traffico dati è cresciuto negli ultimi anni di oltre il 280 per cento sulle reti mobili e di oltre il 130 per cento sulle reti fisse. In queste condizioni non basta più aumentare continuamente la capacità. Diventa necessario stabilire come essa debba essere distribuita.

Priority introduce proprio questo concetto. La rete distingue il profilo dell’utente e applica una diversa politica di trattamento. In presenza di carico elevato il traffico prioritario viene servito con maggiore continuità rispetto al normale traffico best effort.

Best effort significa letteralmente miglior sforzo. La rete fa tutto ciò che può, ma non promette che il pacchetto arriverà nel momento in cui serve. Per guardare un filmato questa differenza può tradursi in qualche secondo di attesa. Per una comunicazione operativa push-to-talk può significare perdere la prima parola di un messaggio o non riuscire ad aprire il canale nel momento decisivo.

POC RADIO ITALIA LO AVEVA INDICATO DA TEMPO

Su queste pagine abbiamo ripetuto più volte che una PoC non è un telefonino travestito da radio. Il terminale può ricordare una ricetrasmittente e può possedere un pulsante PTT laterale. Tuttavia la riuscita della comunicazione non dipende soltanto dall’apparato che teniamo in mano. Dipende dalla copertura radio cellulare, dalla rete IP, dal server PoC, dal profilo della SIM, dalla latenza, dalla sicurezza e soprattutto dal modo in cui il traffico viene trattato quando la rete è impegnata.

Abbiamo parlato di QoS, di priorità del traffico, di ridondanza multi-operatore e multi-SIM. Abbiamo spiegato che la convergenza tra radio tradizionale, broadband professionale e servizi mission critical avrebbe portato verso terminali e infrastrutture sempre più integrati. Non si trattava di esercizi teorici.

La notizia di TIM mostra che uno degli elementi fondamentali di quella convergenza è già disponibile come prodotto commerciale. L’operatore non vende più soltanto accesso alla rete. Vende una posizione differente dentro la rete.

Questo passaggio è importante per tutto il settore PoC perché rende comprensibile al grande pubblico un concetto che nelle comunicazioni professionali è noto da tempo. Non tutti i pacchetti hanno lo stesso valore e non tutte le comunicazioni possono attendere.

PRIORITY NON È ANCORA MCPTT

Occorre essere precisi. TIM Priority non deve essere presentato come un servizio MCPTT completo. Il Mission Critical Push To Talk comprende un insieme assai più ampio di funzioni. Chiamate di gruppo, segnalazione prioritaria, gestione delle emergenze, livelli gerarchici, sicurezza, tempi di instaurazione controllati, interoperabilità e politiche di preemption fanno parte di un sistema progettato per impieghi nei quali la comunicazione deve funzionare anche sotto forte congestione.

Il 3GPP mantiene specifiche distinte per il Multimedia Priority Service, per il Mission Critical Push To Talk e per l’architettura QoS. Nel sistema 5G il trattamento differenziato avviene mediante flussi QoS ai quali possono essere assegnati parametri di latenza, affidabilità e priorità. La priorità di allocazione e mantenimento stabilisce inoltre quali richieste debbano essere accettate o respinte quando le risorse non bastano.

Il servizio annunciato da TIM dimostra però che l’infrastruttura commerciale sta cominciando a esporre al cliente proprio il principio che sta alla base di queste architetture. La rete riconosce chi comunica e decide con quale precedenza trattarne il traffico.

La distanza tra Internet mobile ordinaria e comunicazione professionale si sta quindi riducendo. Non perché le due cose siano già identiche, ma perché iniziano a utilizzare gli stessi mattoni fondamentali.

LA CONVERGENZA È COMINCIATA

Una moderna comunicazione push-to-talk non può più essere valutata osservando soltanto il terminale. Il sistema reale è formato da più elementi che devono lavorare insieme. Il terminale raccoglie la voce e gestisce il comando PTT. La SIM o il profilo di rete identifica l’utente. La rete mobile assegna le risorse e applica la politica QoS. La piattaforma PoC gestisce gruppi, permessi, registrazioni e posizione. La console di centrale coordina gli operatori. La sicurezza protegge identità, accessi e contenuti.

Quando tutti questi elementi vengono integrati nasce una comunicazione professionale. Se uno solo rimane affidato al normale best effort, l’intero sistema conserva un punto debole.

Per questa ragione la priorità introdotta dall’operatore mobile interessa direttamente il mondo PoC. Non basta che il server sia rapido e non basta che il terminale sia robusto. Se il traffico vocale entra nella stessa coda di migliaia di video caricati dagli spettatori, la comunicazione operativa può rallentare proprio quando serve.

Con il riconoscimento del cliente e la gestione prioritaria del traffico diventa invece possibile costruire servizi più prevedibili. Il passo successivo consiste nel collegare la priorità del profilo alla natura dell’applicazione, distinguendo una conversazione PTT da un download ordinario e assegnando a ciascun flusso il trattamento adatto. Questa possibilità non è fantascienza. È già prevista nelle architetture mobili moderne.

LE IMPLICAZIONI IMMEDIATE PER CHI USA LA POC

La prima implicazione riguarda la scelta dell’operatore. Finora si confrontavano soprattutto copertura e prezzo. D’ora in avanti occorrerà chiedere anche quale qualità di servizio venga realmente applicata al traffico PoC.

La seconda riguarda i contratti. Una formula commerciale con la parola Priority non basta. Servono indicazioni misurabili su latenza, jitter, perdita dei pacchetti, comportamento in congestione, traffico in upload e tempi di apertura della sessione.

La terza riguarda le piattaforme. Il fornitore PoC dovrà essere in grado di dialogare con le politiche della rete oppure di utilizzare profili predisposti dall’operatore. In caso contrario la priorità potrebbe migliorare genericamente la connessione senza riconoscere in modo specifico la voce PTT.

La quarta riguarda la ridondanza. Una rete prioritaria rimane pur sempre una rete che può guastarsi o perdere copertura. Multi-SIM, più operatori e procedure alternative continuano a essere necessari negli impieghi seri.

La quinta riguarda i terminali. Un apparato professionale dovrà gestire correttamente le reti 4G e 5G, i cambi di cella, la selezione dell’operatore e il mantenimento della sessione. Il pulsante laterale, da solo, non rende professionale una radio PoC.

La sesta riguarda gli organizzatori di eventi, i servizi di sicurezza, la logistica, la manutenzione e la protezione civile. Nei luoghi affollati potranno finalmente chiedere un servizio mobile distinto da quello utilizzato dal pubblico, senza dover necessariamente installare per ogni occasione una rete radio completamente separata.

IL VERO CAMBIO DI PARADIGMA

Per decenni la rete radio professionale è stata costruita attorno al principio della disponibilità riservata. Frequenze dedicate, ponti ripetitori, gruppi definiti e regole operative permettevano di sapere chi poteva parlare e con quale precedenza. La telefonia cellulare pubblica è nata invece come servizio di massa.

Oggi i due mondi si stanno incontrando. La rete pubblica acquisisce funzioni di riconoscimento, classificazione e priorità. La radio professionale acquisisce copertura geografica, dati, localizzazione, video e gestione software.

Il punto di incontro è la PoC. La PoC non sostituisce automaticamente ogni rete radio tradizionale e non elimina la necessità di collegamenti indipendenti. Offre però un ambiente nel quale voce, dati e controllo possono viaggiare sulla stessa infrastruttura a condizione che tale infrastruttura sappia distinguere ciò che è urgente da ciò che può aspettare.

TIM Priority rende visibile questo cambiamento a milioni di utenti. Chi pagherà il servizio vedrà una corsia preferenziale nei momenti di congestione. Chi progetta comunicazioni professionali deve guardare oltre l’aspetto commerciale e riconoscere il segnale industriale. Gli operatori mobili hanno iniziato a vendere la priorità. Da questo momento sarà sempre più difficile sostenere che tutte le comunicazioni su rete cellulare debbano rimanere indistinte e affidate al caso.

NON È PIÙ IL MOMENTO DI CHIEDERSI SE ACCADRÀ

La domanda corretta non è più se la rete mobile diventerà capace di trattare in modo differente utenti e applicazioni. Lo sta già facendo. La domanda è quali livelli di priorità verranno messi a disposizione, con quali garanzie, su quali terminali e con quale integrazione nelle piattaforme push-to-talk.

PoC Radio Italia ha insistito su questo punto perché la qualità di una comunicazione non si misura nel momento facile. Si misura quando la cella è piena, quando tutti premono il tasto nello stesso istante e quando un messaggio deve arrivare senza esitazioni.

Il futuro delle comunicazioni professionali non sarà composto da una sola tecnologia vincente. Sarà il risultato della convergenza tra reti mobili, QoS, terminali robusti, piattaforme PoC, servizi mission critical e sistemi radio tradizionali usati dove continuano a essere indispensabili.

TIM ha appena reso commerciale uno dei passaggi fondamentali di questa convergenza.

La priorità non è più una promessa.

È già qui.

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Nokia e NVIDIA portano l’intelligenza artificiale nella stazione radio base

Nokia e NVIDIA hanno avviato una collaborazione strategica destinata a cambiare il modo in cui saranno costruite le reti mobili dei prossimi anni. L’obiettivo non è soltanto aumentare la velocità del 5G ma trasformare la RAN, cioè la rete di accesso radio che collega telefoni e apparati mobili alle celle, in una piattaforma capace di eseguire anche elaborazioni di intelligenza artificiale.

Con l’annuncio dell’ottobre 2025 NVIDIA ha previsto un investimento di 1 miliardo di dollari in Nokia. Al centro dell’accordo si trova il computer per telecomunicazioni NVIDIA ARC Aerial RAN Computer, progettato per reti predisposte al 6G, che Nokia intende integrare nella propria offerta AI-RAN.

Dalla cella radio alla RAN

Quando un telefono cellulare trasmette un messaggio, ascolta una chiamata oppure scarica un filmato, il primo tratto del percorso è radioelettrico. L’antenna della stazione radio base riceve il segnale, lo demodula, corregge gli eventuali errori e lo instrada verso il resto della rete.

Questo insieme di apparati e programmi prende il nome di RAN, Radio Access Network. Finora una buona parte dei compiti più gravosi è stata affidata a circuiti specializzati, costruiti per svolgere in modo rapido e ripetitivo le elaborazioni richieste dagli standard mobili.

La nuova strada indicata da Nokia e NVIDIA è differente. Una parte crescente del lavoro può essere eseguita da piattaforme software e da unità di calcolo molto potenti, come CPU e GPU, capaci di adattarsi a funzioni diverse mediante aggiornamenti del programma. La GPU, nata per la grafica e divenuta essenziale nei data center per l’IA, viene così impiegata anche nel mondo della radio mobile.

Che cosa significa AI-RAN

La sigla AI-RAN può essere letta in due direzioni. Da un lato l’intelligenza artificiale aiuta la rete radio a funzionare meglio. Dall’altro la rete radio diventa essa stessa una sede dove far girare applicazioni di IA vicino all’utente.

Nel primo caso un sistema può analizzare in tempo reale traffico, interferenze, qualità dei segnali e distribuzione degli utenti. Potrà quindi suggerire oppure applicare regolazioni più rapide nella gestione delle risorse radio, nella scelta delle celle, nel controllo dei consumi e nell’individuazione di anomalie.

Nel secondo caso entra in gioco il cosiddetto edge computing. Invece di spedire ogni dato a un grande data center lontano, alcune elaborazioni vengono effettuate in prossimità della rete di accesso. Questo può ridurre il ritardo di risposta, aspetto importante per traduzione vocale istantanea, visione artificiale, robot mobili, realtà aumentata e servizi industriali.

Nokia descrive la propria architettura come un passaggio verso reti mobili native per l’IA, nelle quali il calcolo non è un componente aggiunto all’ultimo momento ma fa parte dell’impianto sin dall’origine. Dell Technologies è indicata come fornitore dei server PowerEdge destinati alla soluzione, mentre T-Mobile US lavora con le due aziende nell’integrazione di queste tecnologie nel proprio percorso di sviluppo 6G.

Una stazione più flessibile

Il vantaggio più interessante di una RAN programmabile è la flessibilità. Un apparato radio tradizionale viene acquistato per una funzione ben precisa e, salvo aggiornamenti limitati, conserva quella struttura per molti anni. Un’infrastruttura basata in misura maggiore sul software può invece ricevere nuove funzioni senza dover sostituire integralmente ogni blocco.

Questo non significa che l’antenna, i filtri, gli amplificatori finali e la sezione a radiofrequenza cessino di essere fondamentali. La fisica resta la stessa. Il segnale deve rispettare larghezza di banda, potenza, maschere spettrali, rapporti segnale-disturbo e limiti imposti dalle normative.

L’innovazione interviene soprattutto nella parte di elaborazione. Qui la macchina può diventare più versatile e far convivere il trattamento dei segnali di rete con applicazioni di IA, purché siano garantiti tempi di risposta certi. Nelle telecomunicazioni, infatti, non basta calcolare bene: occorre calcolare bene entro pochi microsecondi o millisecondi, sempre e senza ritardi casuali.

Dal 5G verso il 6G

Il 6G non è ancora una rete commerciale definita per il grande pubblico. È un insieme di attività di ricerca, prove tecnologiche e decisioni sugli standard futuri. La collaborazione tra Nokia e NVIDIA va letta proprio in questa ottica: preparare apparati che possano accompagnare l’evoluzione del 5G e rendere l’intelligenza artificiale un elemento strutturale della rete successiva.

Non bisogna però immaginare un passaggio istantaneo. Le reti cellulari richiedono frequenze assegnate, siti radio, collegamenti di trasporto, apparati di core network, autorizzazioni e investimenti molto elevati. Tra una dimostrazione in laboratorio e una copertura affidabile su tutto il territorio esiste sempre una lunga fase di sperimentazione.

L’AI-RAN dovrà inoltre dimostrare di offrire vantaggi concreti. Un gestore valuterà consumi elettrici, costi dei server, facilità di manutenzione, compatibilità con gli apparati già installati, sicurezza informatica e affidabilità nelle ore di massimo traffico.

Il punto per i radioappassionati

Per chi segue il radiantismo, l’aspetto più istruttivo è osservare come radiofrequenza, elaborazione digitale e informatica stiano diventando sempre meno separabili. Il ricevitore SDR aveva già mostrato questa direzione: il segnale viene convertito e molte funzioni che un tempo richiedevano circuiti distinti passano al software.

L’AI-RAN porta questa logica su scala molto maggiore. Non riguarda direttamente le trasmissioni in onde corte, le attività VHF-UHF dei radioamatori o la radiodiffusione FM, che continuano ad avere tecniche, bande e regole proprie. Può però accelerare la diffusione di componenti, metodi di sviluppo e conoscenze legate a GPU, SDR, reti definite via software e analisi automatica dello spettro.

Un laboratorio radio moderno potrebbe usare l’intelligenza artificiale per classificare segnali ricevuti, individuare disturbi impulsivi, riconoscere occupazioni anomale di banda oppure ordinare grandi quantità di registrazioni IQ. Naturalmente ogni trasmissione deve sempre rispettare il piano di banda, le autorizzazioni e le condizioni tecniche previste dal servizio radioamatoriale.

Effetti sulla community PoC Radio Italia

Per la nostra community il cambiamento più immediato non sarà nell’uso quotidiano delle radio PoC, che dipendono soprattutto dalla copertura e dalla qualità della rete mobile disponibile. Nel medio periodo, però, reti più intelligenti e meglio dimensionate potrebbero contribuire a rendere più stabile il collegamento dati nei luoghi affollati, in mobilità e nelle situazioni in cui molte utenze chiedono servizio nello stesso momento.

Il vero valore per PoC Radio Italia sarà culturale. Comprendere l’AI-RAN significa capire perché una radio PoC non è soltanto un apparato con SIM ma il terminale di una catena complessa, composta da antenna, cella, elaborazione digitale, rete IP e servizi server. La tecnologia promessa da Nokia e NVIDIA mostra che questa catena diventerà sempre più software-defined, più distribuita e più vicina al mondo dell’intelligenza artificiale.

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POC RADIO: DATI COPERTURA RETI MOBILI IN ITALIA

La fotografia di un Paese a due velocità

I dati dell’Osservatorio Segugio.it, elaborati in collaborazione con nPerf su misurazioni reali eseguite dagli utenti tramite speed test, restituiscono nel 2025 un quadro che chi si occupa di comunicazioni radio e mobili non può ignorare. La velocità media di download sulle reti mobili italiane ha toccato i 99,96 Mbps, con una crescita del 14,12% rispetto al 2024. La latenza media si è abbassata a 46,35 ms (-5,77%), mentre la diffusione del 5G ha raggiunto il 25,85% delle connessioni rilevate a livello nazionale. Tutto bene, quindi? Non esattamente.

Chi lavora nel settore delle telecomunicazioni sa benissimo che una media nazionale è un numero che nasconde tutto ciò che conta davvero. E i dati regione per regione lo confermano in modo netto.

Valle d’Aosta e Calabria: i paradossi della geografia delle onde

Il risultato più sorprendente dell’intera analisi riguarda la Valle d’Aosta, che guida la classifica con 127,9 Mbps in download (+43,06% sul 2024) e una copertura 5G del 34,79%. Un risultato che sfida l’intuizione: una regione montuosa, con bassa densità abitativa, che batte in velocità metropoli come Milano e Roma. Il motivo va cercato nella minore saturazione delle celle radio e negli investimenti infrastrutturali mirati, che in aree a basso traffico riescono a esprimere al massimo il potenziale dell’hardware installato. Ogni radioamatore e tecnico delle telecomunicazioni lo sa: banalmente una cella libera è meglio di una congestionata.

La Calabria si posiziona seconda con 119,3 Mbps (+9,65%) e il 29,72% di copertura 5G. Anche qui la spiegazione tecnica è simile: meno utenti simultanei per cella equivale a meno interferenza co-canale e a una allocazione delle risorse radio più efficiente. Il Trentino-Alto Adige completa il podio con 117,2 Mbps e una latenza di appena 43,57 ms.

Lombardia e Lazio: il paradosso delle grandi città

Chi si aspettava di trovare la Lombardia in cima alla classifica rimarrà sorpreso. La regione più industrializzata d’Italia si ferma a 95,1 Mbps, undicesima posizione, con appena il 18,83% di copertura 5G. Il Lazio non va meglio: 93,2 Mbps e 19,19% di 5G. Queste cifre non significano che le infrastrutture siano carenti, anzi. Significano esattamente il contrario: nelle aree urbane dense come Milano e Roma, le celle BTS/NR vengono letteralmente “ingolfate” dal traffico dati simultaneo di milioni di utenti. La tecnica del beamforming del 5G NR aiuta, ma la saturazione resta il nemico principale della qualità percepita dall’utente finale.

Dal punto di vista di un tecnico che ragiona in termini di spettro radio, è una lezione classica: la capacità di un canale ha un limite fisico definito dal teorema di Shannon-Hartley, e quando gli utenti si moltiplicano quella capacità si divide.

Il caso Umbria e il problema delle infrastrutture

L’Umbria rappresenta il caso più critico dell’intera analisi: 57 Mbps in download, con un calo del 12,44% rispetto al 2024, upload a 10,4 Mbps (-15,45%) e nessun dato disponibile per la copertura 5G. Non si tratta di un problema di propagazione del segnale radio in senso stretto, ma di infrastruttura fisica: dove mancano le stazioni base di nuova generazione e i backhaul in fibra che le alimentano, il segnale che arriva al dispositivo dell’utente è semplicemente quello di reti 4G LTE già datate e sovraccariche.

Le Marche (85,5 Mbps) e la Toscana (86 Mbps) chiudono la parte bassa della classifica, pur mantenendo valori almeno prossimi alla soglia degli 85 Mbps. Paradossalmente le Marche registrano la crescita più alta di copertura 5G tra tutte le regioni italiane (+5,92 punti percentuali), segnale che gli investimenti sono partiti ma che i frutti in termini di velocità effettiva richiedono ancora tempo per manifestarsi.

Il 5G: dove cresce e dove arretra

La diffusione del 5G non segue un andamento uniforme nemmeno essa. Sicilia (+6,00 pp), Marche (+5,92 pp) e Valle d’Aosta (+9,23 pp) sono le regioni con la crescita più marcata. All’opposto, Lazio, Liguria e Abruzzo mostrano addirittura una contrazione della quota 5G rispetto al 2024. In Abruzzo il calo è di -4,06 punti percentuali, un dato che merita attenzione perché suggerisce una possibile riclassificazione delle misurazioni o un problema reale di continuità della copertura nelle aree meno presidiate.

Dal punto di vista radioelettrico il 5G NR opera su bande molto diverse tra loro: le frequenze sub-1 GHz (n28, n8) garantiscono copertura capillare ma velocità contenute, le bande mid-band (n78 a 3,5 GHz) offrono il miglior compromesso tra copertura e throughput, mentre le mmWave (26-28 GHz) raggiungono velocità elevatissime ma con portata ridottissima, adatta solo a contesti urbani densi. La percentuale di 5G rilevata nei test nPerf riflette quindi non solo quante antenne 5G esistono, ma anche in quale banda operano e con quale densità sono distribuite sul territorio.

Cosa significano questi dati per chi usa la rete ogni giorno

Una latenza di 46 ms sulla media nazionale può sembrare accettabile per la navigazione web, ma per applicazioni come il VoIP, le videochiamate in alta qualità e, guardando al futuro prossimo, per qualsiasi sistema che richieda risposta in tempo reale, si tratta di un valore ancora troppo elevato. Le regioni che scendono sotto i 42 ms (Piemonte a 40,62 ms, Lombardia a 40,41 ms, Lazio a 41,67 ms, Liguria a 41,94 ms) mostrano che il traguardo è tecnicamente raggiungibile su scala più ampia.

L’upload stabile a 15,49 Mbps su scala nazionale, senza variazioni rispetto al 2024, dice invece che la crescita degli investimenti si è concentrata sul downlink. In un’epoca in cui lo streaming live, il lavoro da remoto e le videoconferenze richiedono simmetria tra download e upload, questo è un aspetto che gli operatori dovranno affrontare nei prossimi cicli di investimento.

Tabella regionale dei dati 2025

RegioneDownload (Mbps)Upload (Mbps)Latenza (ms)Copertura 5G
Valle d’Aosta127,919,439,0734,79%
Calabria119,317,550,1329,72%
Trentino-A.A.117,217,443,5728,09%
Veneto110,515,545,3425,47%
Basilicata110,416,947,3728,42%
Emilia-Romagna107,315,444,3627,15%
Media Italia99,9615,4946,3525,85%
Lombardia95,114,340,4118,83%
Lazio93,214,741,6719,19%
Toscana86,013,947,9421,67%
Marche85,512,950,6728,19%
Umbria57,010,452,97N.D.

Una crescita reale, ma ancora incompiuta

Il +14% in download è un risultato concreto e misurabile. Ma finché esiste un divario di oltre 70 Mbps tra la regione migliore e quella peggiore dello stesso Paese, non si può parlare di una rete mobile nazionale nel senso pieno del termine. Si tratta ancora di un arcipelago di reti locali con qualità molto differenti, unite dallo stesso logo sullo smartphone ma con prestazioni reali che dipendono fortemente dal luogo in cui ci si trova.

Per chi progetta sistemi di comunicazione, sviluppa applicazioni mobile o semplicemente vuole capire perché la qualità della connessione cambia attraversando l’Appennino, questi dati sono uno strumento di lavoro prezioso. La rete radio non è uno spazio omogeneo: è fisica, è territorio, è infrastruttura. E i numeri lo confermano ogni anno.

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COSA È RIMASTO OGGI DI QUELLA LOGICA

Quando si parla di telefonia classica e di commutazione di circuito, è facile cadere nella trappola della nostalgia tecnica o, al contrario, nel semplicismo di chi pensa che tutto sia stato buttato e ricominciato da zero. La realtà è più interessante e più complessa: molto di quella logica originale è ancora presente nelle reti odierne, spesso nascosto sotto strati di protocolli moderni che ne mascherano la presenza ma non ne eliminano il peso.

Il canale dedicato non è scomparso, si è trasformato

La commutazione di circuito pura, quella che occupava fisicamente un percorso per tutta la durata di una chiamata, è stata progressivamente dismessa nelle dorsali di rete, sostituite ormai da trasmissione su fibra ottica e protocolli a pacchetto. Tuttavia il concetto di risorsa garantita e dedicata non è affatto sparito: nelle reti mobili moderne, quando viene stabilita una chiamata in VoLTE, il sistema assegna un bearer dedicato con qualità del servizio garantita, separato dal traffico dati generico. Cambia la tecnologia sottostante, ma il principio rimane: la voce esige continuità, e continuità significa riservare risorse in modo esclusivo o quasi.

La gerarchia della rete telefonica sopravvive nell’architettura

Le centrali di commutazione degli anni Ottanta erano organizzate in modo gerarchico: centrali locali, centrali di transito, centrali di transito superiori. Quella gerarchia non è evaporata con la digitalizzazione. I softswitch moderni, i Media Gateway Controller e i server di sessione SIP (Session Initiation Protocol) replicano la stessa logica funzionale in forma software: c’è ancora chi gestisce la segnalazione, chi stabilisce il percorso, chi smista le comunicazioni verso la destinazione giusta. Il ferro è diventato codice, ma la struttura logica è la stessa che Strowger avrebbe riconosciuto senza fatica.

Il doppino in rame è ancora sotto i piedi di milioni di persone

Uno dei residui più concreti e fisici della telefonia classica è la rete di accesso in rame che raggiunge ancora oggi abitazioni e uffici in larga parte del territorio italiano ed europeo. Le tecnologie xDSL hanno permesso di sfruttare questo cablaggio oltre la banda vocale originale, ma il supporto fisico resta quello progettato per trasportare la voce umana a 4 kHz. Anche dove la fibra è arrivata fino all’armadio di strada, l’ultimo tratto verso l’utente è spesso ancora in rame: un vincolo ereditato direttamente dall’infrastruttura della telefonia classica e che condiziona le prestazioni in modo tutt’altro che marginale.

I numeri telefonici sono un fossile vivo

Il sistema di numerazione E.164, quello che assegna a ogni utente un numero telefonico composto da prefisso internazionale, prefisso nazionale e numero locale, fu concepito quando ogni numero corrispondeva a una linea fisica e a un punto geografico preciso. Oggi i numeri telefonici si assegnano a SIM card, a linee VoIP, a centralini virtuali, a app installate su smartphone, ma la struttura del numero è rimasta quella di settant’anni fa. Ogni volta che si digita un numero di telefono si sta usando un sistema di indirizzamento pensato per un mondo in cui la rete era fatta di fili di rame e di operatrici con spinotti e jack.

La logica del circuito vive nella testa degli utenti

C’è un ultimo residuo di quella logica che non riguarda la tecnologia ma il comportamento umano. La maggior parte delle persone pensa ancora alla telefonata come a un collegamento diretto tra due persone, un filo invisibile che si apre e si chiude, e concepisce la comunicazione mobile come una versione senza fili di quel filo. Questa rappresentazione mentale influenza le aspettative degli utenti sulla qualità del servizio, sulla disponibilità della rete e persino sulla sicurezza delle comunicazioni. Capire che sotto ogni chiamata moderna esiste una catena di nodi, protocolli, risorse condivise e priorità di traffico è il primo passo per smettere di sorprendersi quando qualcosa non funziona come si immaginava.

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PERCHÉ LA VOCE È STATA IL PRIMO SERVIZIO

Il problema di partenza

Quando Bell ottenne il brevetto nel 1876, non stava risolvendo un problema teorico: stava risolvendo un problema immediato e concreto che qualunque persona di quel tempo capiva perfettamente. Comunicare a distanza in tempo reale, usando la propria voce, era qualcosa che nessuna tecnologia precedente aveva mai consentito. Il telegrafo trasmetteva testo codificato, richiedeva un operatore addestrato su entrambi i lati del filo e traduceva il messaggio in una sequenza di punti e linee. La voce, invece, era diretta, immediata, universalmente accessibile: non serviva imparare nulla di nuovo.

La fisica favorisce la voce

C’è una ragione tecnica precisa per cui la voce è stata il primo segnale a viaggiare su rete e non, per esempio, un’immagine o un file. La voce è un segnale a banda stretta: occupa una fascia di frequenze compresa tra circa 300 e 3400 Hz, una quantità di risorse trasmissive minima rispetto a qualunque altro contenuto multimediale. Questo la rendeva compatibile con i mezzi trasmissivi dell’epoca: un semplice doppino di rame era sufficiente per trasportarla in modo intellegibile su distanze considerevoli. Un’immagine, un video, persino un documento scritto in forma digitale avrebbero richiesto risorse che nel 1876 semplicemente non esistevano.

La commutazione di circuito nasce per la voce

Tutta l’architettura della rete telefonica tradizionale, nota come PSTN (Public Switched Telephone Network), è stata progettata con un unico obiettivo: garantire un canale dedicato e continuo per la trasmissione della voce umana. La commutazione di circuito, che assegna fisicamente un percorso esclusivo tra i due interlocutori per tutta la durata della chiamata, non è una scelta arbitraria: è la risposta diretta alle esigenze della voce. La conversazione vocale non tollera interruzioni, ritardi variabili o pacchetti fuori ordine. O il suono arriva in modo continuo e con latenza costante, oppure la comunicazione diventa incomprensibile.

La voce come metro di misura della rete

Per decenni, la qualità di una rete di telecomunicazione si è misurata sulla base della sua capacità di trasportare la voce in modo corretto. Le prime reti cellulari 1G, negli anni Ottanta, erano sistemi interamente analogici concepiti per portare solo ed esclusivamente la voce. Quando il 2G e il GSM introdussero la trasmissione digitale, il servizio vocale rimase il riferimento centrale, e gli SMS nacquero quasi per caso, sfruttando un canale di segnalazione che esisteva già per gestire le chiamate. Non fu una scelta strategica premeditata: fu una conseguenza naturale del fatto che tutta l’infrastruttura era costruita attorno alla voce.

La voce resiste anche nel mondo a pacchetti

Quello che sorprende chi studia l’evoluzione delle reti è che la voce non ha mai smesso di porre problemi tecnici, anche quando le reti sono diventate digitali e poi a commutazione di pacchetto. Quando il 4G LTE è entrato in funzione, inizialmente non era nemmeno in grado di gestire le chiamate vocali in modo nativo: i gestori dovevano ricorrere al vecchio sistema 2G/3G per le telefonate, mentre il 4G si occupava solo dei dati. Il VoLTE (Voice over LTE) è arrivato proprio per risolvere questo paradosso: una rete modernissima che doveva tornare a fare la cosa più antica, cioè trasmettere la voce, ma questa volta dentro pacchetti IP. La voce, insomma, non è mai stata un problema risolto una volta per tutte: è rimasta il banco di prova di ogni generazione tecnologica.

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VANTAGGI DEL SISTEMA POC IN EMERGENZE PASSATE

1. Terremoto dell’Aquila (2009) – blackout localizzati, congestione rete mobile

  • PoC con SIM multi-operatore avrebbe funzionato molto meglio dei normali smartphone. Allora i ponti cadevano a uno a uno, ma non tutti contemporaneamente.
  • Un sistema PoC ben progettato, con fallback tra reti (Vodafone, TIM, WindTre), poteva garantire continuità dove le reti erano ancora parzialmente attive.

2. Blackout nazionale del 2003

  • Quel blackout mise KO molte celle e sistemi alimentati da rete elettrica.
  • PoC con batterie di backup e nodi server su cloud geografico (AWS, Azure) avrebbero continuato a funzionare dove almeno una rete dati mobile era attiva.
  • I sistemi tradizionali (CB/FM) andarono avanti solo localmente, senza coordinamento centralizzato.

3. Alluvione in Liguria (2011, 2014, 2023)

  • In queste emergenze la rete cellulare non è andata totalmente giù, ma era intasata o parzialmente inagibile.
  • Le PoC con priorità di trasmissione e routing intelligente avrebbero offerto comunicazioni stabili, specie se supportate da SIM con QoS prioritario (come quelle M2M o EIOTCLUB).
  • La localizzazione in tempo reale e la possibilità di comunicazione di gruppo immediata le rendono superiori rispetto a DMR e CB.

4. COVID-19 lockdown e gestione logistica

  • Le PoC hanno retto molto bene. Infatti, molte aziende e operatori sanitari hanno adottato proprio questi sistemi (es. Inrico, RealPTT, Zello) per gestire logistica, trasporti e coordinamento.
  • Migliore delle radio PMR/CB: messaggi chiari, tracciamento, registrazione, compatibilità cross-device.

LIMITI REALI E SCENARI IN CUI FALLISCE

1. Blackout totale e prolungato + collasso infrastrutture (simulazione “Cyber Polygon”, o attacco EMP simulato)

  • Se saltano TUTTE le reti mobili o i DNS/cloud (tipo attacco combinato informatico + fisico), PoC muore completamente.
  • In questi casi vince solo l’analogico: CB, HF, VHF con alimentazione autonoma.
  • Se anche le celle crollano per assenza di energia (oltre le 4-8h delle batterie tampone), sei completamente isolato.

2. Zone rurali o montane senza copertura cellulare

  • Se non c’è nessun operatore attivo in zona, il sistema PoC è muto.
  • In queste situazioni, una radio CB, PMR o HF funziona sempre (a patto che ci sia un interlocutore o un ponte).
ScenarioPoC Regge?Meglio di?Peggio di?
Terremoto (Aquila)✅ SìCB, PMR, telefono normaleNiente, se la rete regge
Blackout 2003⚠️ ParzialeCellulare, internetCB/FM con batterie autonome
Alluvioni Liguria✅ SìCellulare, PMRNessuno se rete attiva
Covid/logistica✅ SìTutto (per tracciamento)
Blackout totale prolungato❌ NoCB, HF, PMR analogici
Zone montane isolate❌ NoCB, HF

IL VERDETTO SINCERO

Il sistema PoC regge benissimo nel 90% delle emergenze moderne italiane – molto meglio delle radio amatoriali o CB in termini di efficienza, immediatezza, chiarezza, gestione del gruppo, localizzazione, messaggi rapidi.

Ma nel 10% delle situazioni estreme (collasso infrastrutturale totale) diventa completamente inutile. E in quel caso, serve un backup analogico.

Per una strategia seria:
PoC per il quotidiano + CB/FM per il collasso totale = copertura completa.