POC RADIO: DATI COPERTURA RETI MOBILI IN ITALIA

La fotografia di un Paese a due velocità

I dati dell’Osservatorio Segugio.it, elaborati in collaborazione con nPerf su misurazioni reali eseguite dagli utenti tramite speed test, restituiscono nel 2025 un quadro che chi si occupa di comunicazioni radio e mobili non può ignorare. La velocità media di download sulle reti mobili italiane ha toccato i 99,96 Mbps, con una crescita del 14,12% rispetto al 2024. La latenza media si è abbassata a 46,35 ms (-5,77%), mentre la diffusione del 5G ha raggiunto il 25,85% delle connessioni rilevate a livello nazionale. Tutto bene, quindi? Non esattamente.

Chi lavora nel settore delle telecomunicazioni sa benissimo che una media nazionale è un numero che nasconde tutto ciò che conta davvero. E i dati regione per regione lo confermano in modo netto.

Valle d’Aosta e Calabria: i paradossi della geografia delle onde

Il risultato più sorprendente dell’intera analisi riguarda la Valle d’Aosta, che guida la classifica con 127,9 Mbps in download (+43,06% sul 2024) e una copertura 5G del 34,79%. Un risultato che sfida l’intuizione: una regione montuosa, con bassa densità abitativa, che batte in velocità metropoli come Milano e Roma. Il motivo va cercato nella minore saturazione delle celle radio e negli investimenti infrastrutturali mirati, che in aree a basso traffico riescono a esprimere al massimo il potenziale dell’hardware installato. Ogni radioamatore e tecnico delle telecomunicazioni lo sa: una cella scarica lavora meglio di una congestionata.

La Calabria si posiziona seconda con 119,3 Mbps (+9,65%) e il 29,72% di copertura 5G. Anche qui la spiegazione tecnica è simile: meno utenti simultanei per cella equivale a meno interferenza co-canale e a una allocazione delle risorse radio più efficiente. Il Trentino-Alto Adige completa il podio con 117,2 Mbps e una latenza di appena 43,57 ms.

Lombardia e Lazio: il paradosso delle grandi città

Chi si aspettava di trovare la Lombardia in cima alla classifica rimarrà sorpreso. La regione più industrializzata d’Italia si ferma a 95,1 Mbps, undicesima posizione, con appena il 18,83% di copertura 5G. Il Lazio non va meglio: 93,2 Mbps e 19,19% di 5G. Queste cifre non significano che le infrastrutture siano carenti, anzi. Significano esattamente il contrario: nelle aree urbane dense come Milano e Roma, le celle BTS/NR vengono letteralmente “ingolfate” dal traffico dati simultaneo di milioni di utenti. La tecnica del beamforming del 5G NR aiuta, ma la saturazione resta il nemico principale della qualità percepita dall’utente finale.

Dal punto di vista di un tecnico che ragiona in termini di spettro radio, è una lezione classica: la capacità di un canale ha un limite fisico definito dal teorema di Shannon-Hartley, e quando gli utenti si moltiplicano quella capacità si divide.

Il caso Umbria e il problema delle infrastrutture

L’Umbria rappresenta il caso più critico dell’intera analisi: 57 Mbps in download, con un calo del 12,44% rispetto al 2024, upload a 10,4 Mbps (-15,45%) e nessun dato disponibile per la copertura 5G. Non si tratta di un problema di propagazione del segnale radio in senso stretto, ma di infrastruttura fisica: dove mancano le stazioni base di nuova generazione e i backhaul in fibra che le alimentano, il segnale che arriva al dispositivo dell’utente è semplicemente quello di reti 4G LTE già datate e sovraccariche.

Le Marche (85,5 Mbps) e la Toscana (86 Mbps) chiudono la parte bassa della classifica, pur mantenendo valori almeno prossimi alla soglia degli 85 Mbps. Paradossalmente le Marche registrano la crescita più alta di copertura 5G tra tutte le regioni italiane (+5,92 punti percentuali), segnale che gli investimenti sono partiti ma che i frutti in termini di velocità effettiva richiedono ancora tempo per manifestarsi.

Il 5G: dove cresce e dove arretra

La diffusione del 5G non segue un andamento uniforme nemmeno essa. Sicilia (+6,00 pp), Marche (+5,92 pp) e Valle d’Aosta (+9,23 pp) sono le regioni con la crescita più marcata. All’opposto, Lazio, Liguria e Abruzzo mostrano addirittura una contrazione della quota 5G rispetto al 2024. In Abruzzo il calo è di -4,06 punti percentuali, un dato che merita attenzione perché suggerisce una possibile riclassificazione delle misurazioni o un problema reale di continuità della copertura nelle aree meno presidiate.

Dal punto di vista radioelettrico il 5G NR opera su bande molto diverse tra loro: le frequenze sub-1 GHz (n28, n8) garantiscono copertura capillare ma velocità contenute, le bande mid-band (n78 a 3,5 GHz) offrono il miglior compromesso tra copertura e throughput, mentre le mmWave (26-28 GHz) raggiungono velocità elevatissime ma con portata ridottissima, adatta solo a contesti urbani densi. La percentuale di 5G rilevata nei test nPerf riflette quindi non solo quante antenne 5G esistono, ma anche in quale banda operano e con quale densità sono distribuite sul territorio.

Cosa significano questi dati per chi usa la rete ogni giorno

Una latenza di 46 ms sulla media nazionale può sembrare accettabile per la navigazione web, ma per applicazioni come il VoIP, le videochiamate in alta qualità e, guardando al futuro prossimo, per qualsiasi sistema che richieda risposta in tempo reale, si tratta di un valore ancora troppo elevato. Le regioni che scendono sotto i 42 ms (Piemonte a 40,62 ms, Lombardia a 40,41 ms, Lazio a 41,67 ms, Liguria a 41,94 ms) mostrano che il traguardo è tecnicamente raggiungibile su scala più ampia.

L’upload stabile a 15,49 Mbps su scala nazionale, senza variazioni rispetto al 2024, dice invece che la crescita degli investimenti si è concentrata sul downlink. In un’epoca in cui lo streaming live, il lavoro da remoto e le videoconferenze richiedono simmetria tra download e upload, questo è un aspetto che gli operatori dovranno affrontare nei prossimi cicli di investimento.

Tabella regionale dei dati 2025

RegioneDownload (Mbps)Upload (Mbps)Latenza (ms)Copertura 5G
Valle d’Aosta127,919,439,0734,79%
Calabria119,317,550,1329,72%
Trentino-A.A.117,217,443,5728,09%
Veneto110,515,545,3425,47%
Basilicata110,416,947,3728,42%
Emilia-Romagna107,315,444,3627,15%
Media Italia99,9615,4946,3525,85%
Lombardia95,114,340,4118,83%
Lazio93,214,741,6719,19%
Toscana86,013,947,9421,67%
Marche85,512,950,6728,19%
Umbria57,010,452,97N.D.

Una crescita reale, ma ancora incompiuta

Il +14% in download è un risultato concreto e misurabile. Ma finché esiste un divario di oltre 70 Mbps tra la regione migliore e quella peggiore dello stesso Paese, non si può parlare di una rete mobile nazionale nel senso pieno del termine. Si tratta ancora di un arcipelago di reti locali con qualità molto differenti, unite dallo stesso logo sullo smartphone ma con prestazioni reali che dipendono fortemente dal luogo in cui ci si trova.

Per chi progetta sistemi di comunicazione, sviluppa applicazioni mobile o semplicemente vuole capire perché la qualità della connessione cambia attraversando l’Appennino, questi dati sono uno strumento di lavoro prezioso. La rete radio non è uno spazio omogeneo: è fisica, è territorio, è infrastruttura. E i numeri lo confermano ogni anno.

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LA COMMUTAZIONE DI CIRCUITO SPIEGATA SENZA FORMULE

Nell’articolo precedente si è parlato della rete telefonica fissa come di un sistema fisicamente capillare, fatto di cavi, centrali e gerarchie. Si è anche accennato al principio che ne regolava il funzionamento: la commutazione di circuito. È il momento di capire cosa significa davvero questa espressione, perché descrive qualcosa di molto concreto, non un’astrazione matematica. Capire la commutazione di circuito significa capire la logica fondamentale attorno a cui è stata costruita la telefonia per quasi un secolo, e capire perché quella logica, con tutti i suoi vantaggi, portava in sé dei limiti strutturali che nessuna ingegneria poteva eliminare.

Il principio di base è semplice. Quando due persone si chiamano attraverso la rete telefonica fissa, la centrale stabilisce un percorso fisico dedicato tra i due terminali. Questo percorso attraversa uno o più nodi intermedi, ma in ciascuno di essi viene riservata una tratta fisica esclusivamente per quella chiamata. Non una tratta condivisa con altri, non una tratta prestata temporaneamente: una tratta riservata, occupata per tutta la durata della conversazione, libera solo nel momento in cui la chiamata termina. Il nome commutazione di circuito deriva proprio da questo: la centrale commuta, cioè connette, i circuiti fisici necessari a costruire il percorso.

Per rendere l’idea più concreta, si può pensare a una rete ferroviaria. Quando un treno deve andare dalla città A alla città B, il gestore della rete assegna un percorso preciso: un binario dalla stazione di partenza fino alla prima stazione di transito, poi un binario dalla stazione di transito fino alla destinazione. Quel binario è occupato dal treno per tutta la durata del viaggio. Non può essere usato da nessun altro treno nello stesso momento, nello stesso senso. Quando il treno arriva a destinazione, il binario viene liberato. La rete telefonica con commutazione di circuito funzionava esattamente così. La chiamata era il treno, la tratta fisica era il binario.

Questa logica aveva un vantaggio fondamentale: la prevedibilità. Una volta stabilito il percorso, la qualità della chiamata era garantita per tutta la sua durata. Non esistevano variazioni, rallentamenti improvvisi, momenti in cui la voce si spezzava per mancanza di risorse. Le risorse erano già state riservate: nessun altro traffico poteva intaccarle. Era un sistema progettato per la voce, e la voce richiede continuità assoluta. Un ritardo di pochi decimi di secondo in una conversazione telefonica è sufficiente a rendere la comunicazione innaturale e difficoltosa. La commutazione di circuito eliminava questo problema alla radice, riservando la tratta prima ancora di iniziare a trasmettere.

Il limite, però, era speculare al vantaggio. Una tratta riservata è una tratta occupata, anche quando non viene usata. Durante una conversazione telefonica, i due interlocutori non parlano mai simultaneamente in modo continuo: ci sono pause, silenzi, momenti in cui nessuno dei due sta trasmettendo nulla. In quei momenti, la tratta fisica rimaneva riservata e inattiva. Nessun altro poteva usarla. Dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse, questo era uno spreco enorme. Si stima che in una chiamata telefonica ordinaria, ciascuna delle due direzioni di trasmissione sia effettivamente attiva per meno della metà del tempo totale. Il resto è silenzio, e quel silenzio occupava comunque risorse come se fosse voce.

Questo limite diventava ancora più evidente nel momento in cui si cercava di trasmettere dati attraverso la stessa rete. Un file non viene trasmesso in modo continuo come una voce: ha picchi di attività intensissimi e lunghi periodi di inattività. Se si doveva trasmettere un documento attraverso la rete telefonica con commutazione di circuito, si riservava una tratta per tutta la durata della connessione, anche mentre non si stava trasmettendo nulla. Era come affittare un camion per un’intera giornata per trasportare un pacco che occupa mezz’ora di viaggio. Il mezzo rimane fermo per il resto del tempo, e nessun altro può usarlo.

Fu proprio questa inefficienza a spingere, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, verso la ricerca di un modello alternativo. L’idea era radicalmente diversa: invece di riservare una tratta fisica dedicata per tutta la durata della comunicazione, suddividere le informazioni in piccoli blocchi, inviarli attraverso la rete sfruttando qualsiasi percorso disponibile in quel momento, e riassemblarli a destinazione. Ogni blocco avrebbe occupato la tratta solo per il tempo strettamente necessario al suo transito, lasciandola libera per i blocchi di altri utenti nel frattempo. Questa idea prese il nome di commutazione di pacchetto, e su di essa sono costruite tutte le reti dati moderne, inclusa Internet.

Il confronto tra i due modelli non deve portare alla conclusione che la commutazione di circuito fosse semplicemente obsoleta o sbagliata. Era perfettamente adatta allo scopo per cui era stata progettata: garantire qualità costante e continuità assoluta per le comunicazioni vocali. Il suo limite non era un errore di progettazione, era il costo inevitabile di quella garanzia. La commutazione di pacchetto ha risolto il problema dell’efficienza nell’uso delle risorse, ma ha introdotto nuove complessità nella gestione della qualità, della latenza e della continuità. Sono compromessi diversi, non soluzioni universali. Ed è precisamente per questo che oggi, in una rete cellulare moderna, coesistono entrambe le logiche, ciascuna applicata dove ha senso applicarla.

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