Il problema di partenza
Quando Bell ottenne il brevetto nel 1876, non stava risolvendo un problema teorico: stava risolvendo un problema immediato e concreto che qualunque persona di quel tempo capiva perfettamente. Comunicare a distanza in tempo reale, usando la propria voce, era qualcosa che nessuna tecnologia precedente aveva mai consentito. Il telegrafo trasmetteva testo codificato, richiedeva un operatore addestrato su entrambi i lati del filo e traduceva il messaggio in una sequenza di punti e linee. La voce, invece, era diretta, immediata, universalmente accessibile: non serviva imparare nulla di nuovo.
La fisica favorisce la voce
C’è una ragione tecnica precisa per cui la voce è stata il primo segnale a viaggiare su rete e non, per esempio, un’immagine o un file. La voce è un segnale a banda stretta: occupa una fascia di frequenze compresa tra circa 300 e 3400 Hz, una quantità di risorse trasmissive minima rispetto a qualunque altro contenuto multimediale. Questo la rendeva compatibile con i mezzi trasmissivi dell’epoca: un semplice doppino di rame era sufficiente per trasportarla in modo intellegibile su distanze considerevoli. Un’immagine, un video, persino un documento scritto in forma digitale avrebbero richiesto risorse che nel 1876 semplicemente non esistevano.
La commutazione di circuito nasce per la voce
Tutta l’architettura della rete telefonica tradizionale, nota come PSTN (Public Switched Telephone Network), è stata progettata con un unico obiettivo: garantire un canale dedicato e continuo per la trasmissione della voce umana. La commutazione di circuito, che assegna fisicamente un percorso esclusivo tra i due interlocutori per tutta la durata della chiamata, non è una scelta arbitraria: è la risposta diretta alle esigenze della voce. La conversazione vocale non tollera interruzioni, ritardi variabili o pacchetti fuori ordine. O il suono arriva in modo continuo e con latenza costante, oppure la comunicazione diventa incomprensibile.
La voce come metro di misura della rete
Per decenni, la qualità di una rete di telecomunicazione si è misurata sulla base della sua capacità di trasportare la voce in modo corretto. Le prime reti cellulari 1G, negli anni Ottanta, erano sistemi interamente analogici concepiti per portare solo ed esclusivamente la voce. Quando il 2G e il GSM introdussero la trasmissione digitale, il servizio vocale rimase il riferimento centrale, e gli SMS nacquero quasi per caso, sfruttando un canale di segnalazione che esisteva già per gestire le chiamate. Non fu una scelta strategica premeditata: fu una conseguenza naturale del fatto che tutta l’infrastruttura era costruita attorno alla voce.
La voce resiste anche nel mondo a pacchetti
Quello che sorprende chi studia l’evoluzione delle reti è che la voce non ha mai smesso di porre problemi tecnici, anche quando le reti sono diventate digitali e poi a commutazione di pacchetto. Quando il 4G LTE è entrato in funzione, inizialmente non era nemmeno in grado di gestire le chiamate vocali in modo nativo: i gestori dovevano ricorrere al vecchio sistema 2G/3G per le telefonate, mentre il 4G si occupava solo dei dati. Il VoLTE (Voice over LTE) è arrivato proprio per risolvere questo paradosso: una rete modernissima che doveva tornare a fare la cosa più antica, cioè trasmettere la voce, ma questa volta dentro pacchetti IP. La voce, insomma, non è mai stata un problema risolto una volta per tutte: è rimasta il banco di prova di ogni generazione tecnologica.
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