PERCHÉ OGGI DIAMO PER SCONTATO CIÒ CHE È FRAGILE

Il rapporto che abbiamo oggi con la comunicazione è il risultato di un lungo processo di normalizzazione. Non è avvenuto all’improvviso, né per scelta consapevole. È stato graduale, quasi impercettibile. Ogni miglioramento tecnico, ogni aumento di capacità, ogni riduzione dei costi ha contribuito a spostare la comunicazione dal campo dell’eccezione a quello della normalità, fino a farla percepire come una condizione di base dell’esistenza moderna.

Quando qualcosa funziona sempre, o quasi sempre, smette di essere considerato un sistema e diventa un presupposto. Non ci si chiede più come sia possibile, né cosa lo renda stabile. Si inizia a costruire sopra di esso abitudini, processi, relazioni, aspettative. La comunicazione a distanza è entrata in questa fase da tempo. È diventata un sottofondo costante, silenzioso, affidabile al punto da non essere più interrogato.

Il problema è che la stabilità percepita non coincide con la robustezza reale. Le infrastrutture di telecomunicazione non sono diventate indistruttibili. Al contrario, sono diventate più complesse, più interdipendenti, più sensibili a una vasta gamma di fattori esterni. Ciò che è aumentato non è la loro invulnerabilità, ma la nostra dipendenza da esse.

Ogni sistema complesso tende a nascondere i propri punti deboli quando funziona in condizioni normali. Le reti di comunicazione moderne sono progettate per operare entro parametri statistici prevedibili: carichi distribuiti, picchi temporanei, guasti localizzati. Quando questi parametri vengono superati, il sistema non collassa in modo spettacolare, ma degrada. Ed è proprio questa degradazione progressiva a essere fraintesa come malfunzionamento casuale, anziché come segnale strutturale.

Dare per scontata la comunicazione significa anche perdere il senso della proporzione. Una chiamata che non parte viene vissuta come un’anomalia inaccettabile, non come il risultato di una rete condivisa che sta gestendo migliaia di eventi simultanei. Un rallentamento viene attribuito a colpe generiche, mai a un limite fisico o architetturale. La fragilità del sistema viene negata perché contrasta con l’idea, ormai radicata, di una connettività illimitata.

Questa percezione distorta ha conseguenze concrete, soprattutto nei momenti critici. In presenza di eventi improvvisi, naturali o artificiali, la reazione collettiva è spesso caotica. Tutti cercano di comunicare nello stesso istante, utilizzando gli stessi canali, con le stesse modalità. Il comportamento umano, amplificato dall’illusione di una rete sempre disponibile, diventa uno dei principali fattori di stress per l’infrastruttura stessa.

C’è poi un aspetto culturale più profondo. La fragilità non è più accettata come caratteristica intrinseca dei sistemi complessi. In altri ambiti, come l’energia o l’acqua, l’idea di interruzione è ancora socialmente compresa, seppur mal tollerata. Nelle telecomunicazioni, invece, l’aspettativa è quella della continuità assoluta. Questo rende ogni disservizio non solo un problema tecnico, ma un evento emotivamente destabilizzante.

La distanza tra percezione e realtà è alimentata anche dal linguaggio. Si parla di copertura totale, di connessione ovunque, di rete sempre attiva. Espressioni che non descrivono il funzionamento reale di un sistema, ma costruiscono un’immagine rassicurante, semplificata, utile dal punto di vista commerciale ma fuorviante dal punto di vista tecnico. Più il linguaggio diventa assoluto, più la fragilità reale viene rimossa dal discorso pubblico.

Riconoscere che ciò che utilizziamo ogni giorno è fragile non significa rinunciare alla tecnologia, né diffidarne. Significa collocarla nel contesto corretto. Le telecomunicazioni non sono un diritto naturale, ma il risultato di un equilibrio dinamico tra infrastrutture, risorse, comportamenti umani e condizioni esterne. Quando questo equilibrio viene alterato, il sistema reagisce secondo le proprie regole, non secondo le nostre aspettative.

Questo articolo si colloca in un punto preciso del percorso. Serve a introdurre un cambio di sguardo. Prima di parlare di reti, di apparati, di frequenze o di protocolli, è necessario comprendere perché abbiamo smesso di vedere la fragilità di ciò che ci sostiene. Senza questa consapevolezza, ogni approfondimento tecnico rischia di essere interpretato come eccesso di prudenza, anziché come strumento di comprensione.

Dare per scontato ciò che è fragile è umano. Continuare a farlo, nonostante i segnali evidenti, è una scelta culturale. Ed è proprio su questo piano che la divulgazione tecnica diventa una forma di responsabilità.

Italia: sicurezza e scetticismo diffuso

La sensibilità verso la preparazione individuale in caso di emergenza in Italia è piuttosto tiepidа, se non addirittura scettica, secondo recenti dati:

Sentiment diffuso: poco convinti

  • Circa il 60% degli italiani ha sentito parlare del «kit di sopravvivenza UE» (per le prime 72 ore) ma di questi:
    • 35% non ha compreso di cosa si trattasse
    • Oltre la metà lo considera un “allarme inutile”

Questo indica un forte scetticismo diffuso e un coinvolgimento emotivo limitato.

Formazione: presente tra gli addetti, non tra i cittadini

  • Tra i medici e professionisti della sanità italianа, il 74% ha mostrato interesse alla preparazione emergenziale, e 86% riconosceva la sua importanza.
    Ma:
    • 90% lamenta la mancanza di corsi dedicati.

Questo evidenzia un gap formativo tra chi opera professionalmente e la popolazione generale.

Allerta pubblica: in sviluppo

  • Sta diventando operativo IT‑Alert, sistema di allerta via cell broadcast, già sperimentato e usato per emergenze reali (es. incidenti, funerali papali).

È un passo avanti per informare la popolazione, ma non implica che gli individui siano poi realmente preparati in autonomia.

Confronto con altri Paesi europei

  • In paesi come Finlandia, Svezia, Lituania, Estonia, le politiche stanno spingendo fortemente sulla resilienza domestica (kit, guide, esercitazioni), e la risposta dei cittadini è molto più convinta .
  • In Italia (e in parte in Europa occidentale), le iniziative esistono ma non generano adesione emotiva o attiva simile .

Sì, c’è consapevolezza: la campagna UE ha raggiunto la maggioranza, e IT‑Alert è in diffusione.
Ma:

  • La comprensione resta insufficiente (~35% non ha capito il messaggio),
  • Lo scetticismo prevale (la maggioranza ritiene le misure inutili),
  • È forte la necessità di campagne chiare, esercitazioni e formazione.

In Italia la spinta verso l’autopreparazione è ancora debole, e serve un mix di comunicazione efficace, esperienze pratiche, coinvolgimento emotivo e cultura per superare la passività attuale.

Scettici perché

I cittadini italiani (e in parte europei) sono spesso scettici verso la preparazione emergenziale per una combinazione precisa di fattori culturali, politici e psicologici. Ecco perché:

Cultura della delega istituzionale

“Ci penserà lo Stato, la Protezione Civile, l’Esercito.”

  • In Italia è diffusa l’idea che in caso di emergenza sia compito delle autorità intervenire.
  • Questo riduce il senso di responsabilità personale.
  • Mancano campagne che promuovano l’autonomia e la resilienza familiare come dovere civile.

Assenza di una narrazione concreta e quotidiana

Le emergenze sono percepite come astratte o “da film”.

  • Molti cittadini non hanno mai vissuto direttamente blackout lunghi, guerre, collasso delle reti.
  • La comunicazione è spesso generica, tecnica o paternalistica.
  • Mancano esempi reali, testimonianze emotive, simulazioni coinvolgenti.

Disillusione e sfiducia verso lo Stato

“Se nemmeno lo Stato è pronto, perché dovrei esserlo io?”

  • Quando le istituzioni non danno l’esempio, perdono autorevolezza (es. scuole senza piani di evacuazione aggiornati, comuni impreparati).
  • Il cittadino scettico spesso pensa: “Prepararmi a cosa, se tanto verremo travolti comunque?”

Paura camuffata da ironia

“Che faccio, mi compro il bunker?”

  • L’ironia (“zaino apocalisse”, “kit zombie”) è spesso una difesa psicologica per non affrontare l’ansia.
  • Prepararsi implica guardare in faccia la possibilità del disastro, cosa che molte persone evitano.

Percezione di inutilità pratica

“Tanto non servirebbe a niente.”

  • Se la preparazione non è concreta e misurabile, sembra solo una paranoia o una moda.
  • Mancano esempi chiari di casi reali in cui la preparazione ha fatto la differenza (es. alluvione di Genova, terremoto de L’Aquila, blackout 2003…).

Mancanza di ritualizzazione sociale

Nessuna “routine culturale” di preparazione.

  • In Finlandia o Giappone esercitarsi è normale.
  • In Italia, fare una prova evacuazione o tenere una torcia a casa è considerato da “fissati”.
  • Questo crea isolamento sociale per chi vuole prepararsi seriamente.

Lo scetticismo nasce da:

  • delega passiva
  • comunicazione inefficace
  • sfiducia istituzionale
  • difesa psicologica
  • mancanza di esperienze concrete

Ma sotto questo scetticismo c’è una paura reale, repressa, che aspetta solo il linguaggio giusto per emergere. Se il messaggio cambia tono – da catastrofismo a concretezza quotidiana – può scattare la scintilla.