La comunicazione non è mai stata un atto neutro. Fin dalla sua comparsa come strumento capace di superare la distanza, è stata indissolubilmente legata al coordinamento e, attraverso di esso, all’esercizio del potere. Non nel senso ideologico del termine, ma in quello più concreto e operativo: la capacità di far accadere qualcosa, nel momento giusto, nel modo previsto.
Coordinare significa allineare azioni, tempi, risorse e decisioni. Senza comunicazione il coordinamento è impossibile, o affidato al caso. Per questo, storicamente, ogni salto in avanti nelle telecomunicazioni ha prodotto un immediato vantaggio per chi era in grado di controllarne l’uso. Stati, eserciti, grandi organizzazioni hanno compreso prima di altri che la vera forza non stava solo nei mezzi materiali, ma nella capacità di sincronizzare persone distanti tra loro.
Quando la comunicazione era lenta, il potere era locale e frammentato. Le decisioni viaggiavano lentamente, e spesso arrivavano quando la situazione sul terreno era già cambiata. Con l’accelerazione della comunicazione, il baricentro del potere si è spostato. Chi poteva comunicare più velocemente e con maggiore affidabilità poteva anticipare, correggere, adattare. Il vantaggio non derivava solo dall’informazione, ma dalla possibilità di trasformarla immediatamente in azione coordinata.
Questo legame tra comunicazione e potere non si è indebolito con la modernità, si è raffinato. Oggi il potere non è più soltanto la capacità di impartire ordini, ma quella di mantenere il controllo operativo in ambienti complessi, affollati, instabili. La comunicazione diventa l’elemento che tiene insieme il sistema, che riduce l’attrito, che permette di reagire senza paralizzarsi.
Il coordinamento efficace non richiede necessariamente più comunicazione, ma comunicazione adeguata. Troppa comunicazione, disorganizzata e simultanea, genera rumore e confusione. Troppo poca comunicazione lascia spazio all’improvvisazione. In entrambi i casi il risultato è la perdita di controllo. Questo principio vale per un’azienda, per una famiglia, per una squadra di soccorso, per una comunità intera.
Nel mondo contemporaneo tendiamo a confondere la disponibilità di strumenti comunicativi con la capacità di coordinamento. È un errore sottile ma pericoloso. Avere molti canali non significa saperli usare. Poter comunicare sempre non significa comunicare nel modo giusto. Il potere operativo non nasce dalla quantità di messaggi, ma dalla loro struttura, dal loro tempismo e dalla loro comprensibilità.
Le reti digitali hanno amplificato questa ambiguità. Hanno reso la comunicazione immediata e diffusa, ma non necessariamente più efficace. In molte situazioni critiche si osserva un fenomeno ricorrente: l’aumento esponenziale delle comunicazioni coincide con una riduzione del coordinamento reale. Tutti parlano, pochi si capiscono. Tutti agiscono, pochi nella stessa direzione.
Storicamente, i sistemi più efficaci di coordinamento hanno sempre previsto regole chiare, canali definiti, priorità riconosciute. Non per limitare la libertà, ma per preservare la capacità di agire. Dove tutto è comunicazione, nulla è coordinamento. Dove il coordinamento viene meno, il potere si dissolve, anche se gli strumenti restano.
Comprendere questo passaggio è essenziale per affrontare seriamente il tema delle telecomunicazioni. La rete non è solo un mezzo per scambiare informazioni, ma una struttura che abilita o inibisce il coordinamento. A seconda di come è progettata, utilizzata e compresa, può rafforzare la capacità di risposta o amplificare il disordine.
In questo senso, parlare di comunicazione significa parlare di responsabilità. Ogni scelta tecnologica, ogni modello comunicativo, ogni abitudine diffusa ha effetti sul modo in cui una comunità reagisce alle difficoltà. Il potere di coordinare non è concentrato solo nelle istituzioni, ma distribuito tra le persone che sanno come e quando comunicare.
Dopo aver compreso che la comunicazione è stata un privilegio, che oggi è un’infrastruttura invisibile e che viene data per scontata nonostante la sua fragilità, diventa evidente il nodo centrale: senza comunicazione non c’è coordinamento, e senza coordinamento non c’è capacità di governo delle situazioni, piccole o grandi che siano.